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CANCUN 2003: AFFONDIAMO IL WTO!!
Per la democrazia e i beni comuni
Seminario nazionale organizzato dal Partito della Rifondazione Comunista
Rialto S. Ambrogio - Roma 4 aprile 2003
Relazione introduttiva di Andrea Ricci*
L’espansione del commercio internazionale negli anni Novanta
L’aspetto più caratteristico del processo di globalizzazione capitalistica degli anni Novanta, insieme al fenomeno della finanziarizzazione dell’economia, è stato il rapido aumento del commercio internazionale di beni e servizi. Nel decennio 1990-2000, a fronte di una crescita economica mondiale pari, in media, al 2,2% all’anno, il commercio internazionale è cresciuto ad un tasso triplo del 6,5%. La domanda estera è stata quindi la componente di gran lunga più dinamica della crescita, peraltro modesta, della produzione mondiale nel corso del decennio. Questa performance eccezionale del commercio internazionale è dovuta principalmente all’universale applicazione dei principi neoliberisti di liberalizzazione e di deregolamentazione dei mercati dei beni e dei servizi. Il principale veicolo su scala globale di questa politica è stato il WTO (World Trade Organization – Organizzazione Mondiale del Commercio), la nuova istituzione internazionale della globalizzazione, superiore per efficacia e poteri alle storiche istituzioni di Bretton Woods (Fondo Monetario Internazionale – FMI - e Banca Mondiale - BM).
Il ruolo e le funzioni del WTO
Il WTO nasce nel 1995, a seguito degli accordi di Marrakech dell’anno precedente, che conclusero il lungo ciclo negoziale dell’Uruguay Round, iniziato nel 1986. A differenza del suo predecessore, il GATT (General Agreement on Tariffs and Trade – Accordo Generale sulle tariffe e il commercio), l’ambito di attività del WTO non è limitato al commercio internazionale dei beni industriali, ma si estende su un amplissimo spettro di questioni, come ad esempio il commercio internazionale dei prodotti agricoli e dei servizi, gli investimenti reali e finanziari all’estero, i diritti di proprietà intellettuale, la regolamentazione interna dei mercati, la normativa sugli appalti pubblici, l’immigrazione, le questioni ambientali. Come ha scritto Susan George, l’accordo di Marrakech "poneva in una volta sola, e con rare eccezioni, tutti i campi dell’attività umana sotto il condizionamento immediato o programmato della nuova organizzazione" (S. George, Fermiamo il WTO, Feltrinelli, 2002). Una di queste rare eccezioni, esplicitamente esclusa dal WTO, è quella relativa alla regolamentazione internazionale dei diritti del lavoro, a dimostrazione della distorsione strutturale di questa organizzazione verso l’approccio neoliberista. Attraverso questa estensione qualitativa, il WTO interferisce pesantemente con le scelte di politica economica degli Stati membri e costituisce una forte limitazione alla sovranità nazionale, che si estende anche al comportamento dei governi regionali e locali, oltre che di qualsiasi altro ente pubblico o avente funzione pubblica.
Scopo istituzionale dichiarato del WTO è quello di promuovere la liberalizzazione dei mercati, di rendere la circolazione delle merci la più libera possibile. In un suo opuscolo ufficiale di presentazione ("Trading in to the future", WTO, Marzo 2001), il WTO si definisce come un’organizzazione, che pur essendo composta da Stati, ha come obiettivo quello di "aiutare le imprese produttrici di beni e servizi a condurre i loro affari", rendendone lo svolgimento più sicuro e profittevole, al riparo da cambiamenti improvvisi dei quadri politici nazionali. Infatti, è da sottolineare che tutti gli accordi WTO contengono una forte asimmetria a favore delle politiche neoliberiste: mentre è sempre possibile per un Paese estendere unilateralmente la liberalizzazione dei mercati interni, non è possibile al contrario recedere da liberalizzazioni precedentemente effettuate. In questo ultimo caso, il Paese sarebbe soggetto a subire pesanti sanzioni e costretto ad onerose compensazioni. In questo modo, gli accordi WTO assumono un carattere praticamente irreversibile per ciascun Paese preso individualmente. D’altra parte, lo stesso atto di adesione al WTO impegna i Paesi membri a perseguire una "liberalizzazione progressiva e crescente".
In sintesi, il WTO è una possente organizzazione di protezione globale dei diritti della proprietà privata in tutto il pianeta, quale mai si era vista nella secolare storia del capitalismo.
I Poteri del WTO
Il WTO, a differenza delle altre istituzioni economiche internazionali, è dotato dei poteri di coercizione necessari a garantire il rispetto degli accordi che ricadono sotto la sua giurisdizione. Questi poteri derivano al WTO dal meccanismo di risoluzione delle dispute commerciali. Il WTO funge, infatti, da tribunale commerciale internazionale. I suoi verdetti, emessi attraverso una procedura poco trasparente e sottratta a qualsiasi controllo da parte dell’opinione pubblica, sono insindacabili e immediatamente operativi e, in caso di condanna, consistono nell’applicazione di sanzioni economiche e commerciali nei confronti del Paese imputato, anche al di fuori del settore oggetto di controversia. Dato il suo mandato istituzionale e l’ideologia neoliberista di cui è intriso, l’interpretazione degli accordi, in sede di disputa legale di fronte al WTO, è sempre improntata esclusivamente alla salvaguardia degli interessi commerciali, senza alcuna considerazione verso altri aspetti, di natura sociale o ambientale, che possono essere implicati nella questione. Il WTO, contrariamente al precedente GATT, non fa parte del sistema delle Nazioni Unite e quindi non è vincolato al rispetto dei principi, delle Dichiarazioni e delle Carte sui diritti umani e sociali dell’ONU. L’ambito giuridico in cui si colloca il WTO non è quello del diritto internazionale, ma quello del diritto commerciale.
Anche così, inoltre, è presente un’asimmetria: il ricorso al WTO come sede giudiziale è consentito agli Stati membri solo per tutelare gli interessi di imprese nazionali che operano su un mercato estero, mentre, viceversa, non sono ammessi ricorsi per tutelare diritti collettivi o individuali danneggiati dall’attività di un’impresa estera che opera sul territorio nazionale. In questo modo, di fronte al tribunale WTO, le imprese ricoprono sempre, sia pure attraverso la mediazione del proprio Stato, la parte di accusatori, mentre la parte dell’imputato è esclusiva prerogativa degli Stati.
L’adesione al WTO
Altra caratteristica chiave dell’architettura giuridica del WTO, è costituita dall’obbligo da parte dei Paesi membri di un’adesione integrale a tutti i trattati che ricadono nel suo sistema. Non sono ammesse adesioni parziali a singoli trattati, come accadeva nel regime di regolazione commerciale precedente al WTO. O tutto o niente, o la completa integrazione nell’economia globalizzata oppure il completo isolamento: è questa la sola scelta che rimane ad ogni Paese dopo l’istituzione del WTO. E’ chiaro che, mentre i Paesi più forti (come le potenze occidentali, ma anche come la Cina, che fa parte del WTO dal dicembre 2001, o come la Russia, che fatto domanda di adesione), potrebbero comunque giocare un ruolo economico internazionale anche senza la loro partecipazione al WTO, per i Paesi più fragili dal punto di vista politico ed economico, come la quasi totalità dei Paesi del Sud del mondo, non esiste alcuna possibilità di scelta di tipo individuale: la loro adesione al WTO, con tutti gli obblighi da essa derivanti, è un imperativo forzoso di sopravvivenza economica. Non è un caso che anche Cuba, un Paese certamente non allineato alla dominante ideologia neoliberista, ha aderito al WTO appena pochi mesi dopo la sua costituzione. Inoltre, l’adesione al WTO è diventata una condizione obbligata per accedere agli interventi di sostegno finanziario del FMI e della Banca Mondiale. Nel corso degli ultimi anni è cresciuta infatti, anche attraverso la costituzione di formali sedi di consultazione e di confronto reciproco, la collaborazione tra le principali organizzazioni economiche internazionali. Si è così instaurata, tra queste, una sorta di divisione del lavoro per la produzione della globalizzazione neoliberista: FMI e BM, attraverso i programmi di aggiustamento strutturale e le condizioni di prestito, svolgono il lavoro preliminare di preparazione delle condizioni interne della liberalizzazione, mentre il WTO gestisce l’inserimento e il mantenimento del Paese nell’economia globalizzata.
In questo modo, dagli originari 76 Paesi aderenti al WTO fin dalla sua costituzione, avvenuta nel 1 gennaio 1995, si è passati, in soli otto anni, agli attuali 145 membri effettivi e ai supplementari 31 Paesi con lo stato di osservatori, di cui 28 con procedura di adesione in corso. Ormai, l’adesione degli Stati al WTO è quantitativamente comparabile a quella dell’ONU. Esaminando la lista dei Paesi aderenti od osservatori, si può notare una curiosa coincidenza: sono assenti i Paesi a cui gli USA e i loro alleati hanno fatto guerra nell’ultimo decennio (Iraq, Afganistan, Repubblica di Jugoslavia, che solo recentemente è stata ammessa come osservatore) e i Paesi ricompresi dagli USA nella lista dei cosiddetti "Stati canaglia" (Iran, Siria, Libia, Corea del Nord). Ma si può realmente credere che si tratti solo di una curiosa coincidenza?
Il carattere ademocratico del WTO
Formalmente, il WTO è l’istituzione internazionale più democratica fra quelle esistenti, in quanto vige il principio "uno Stato - un voto", a differenza del FMI e della BM, dove il peso dei Paesi è commisurato alla loro forza economica, e dell'ONU, dove i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza hanno il diritto di veto. In realtà, le cose stanno esattamente all’opposto. In primo luogo, nei suoi ormai otto anni di esistenza in nessuna occasione le decisioni sono state assunte con il metodo della votazione, ma sempre attraverso il consenso unanime di tutti i Paesi membri. In secondo luogo, la risoluzione delle dispute è affidata ad un organo tecnico, composto da sette esperti, ed è così sottratta alla potestà degli Stati membri. In terzo luogo, le decisioni vengono in realtà prese al di fuori degli organismi ufficiali, in sedi informali composte dagli Stati politicamente ed economicamente più forti – primi fra tutti quelli del cosiddetto QUAD (USA, UE, Canada e Giappone) - e spesso con l’attiva partecipazione delle imprese multinazionali interessate, e successivamente imposte, attraverso un’opera di pressione e di ricatti, all’insieme degli Stati membri. Inoltre, molti Paesi del Sud del mondo mancano delle risorse finanziarie, umane, tecniche e professionali per seguire costantemente l’attività del WTO e perciò vengono esclusi dalle decisive fasi istruttorie, preliminari alle Conferenze plenarie. Infine, l’intera attività del WTO si svolge in un clima di segretezza e di opacità, senza una sostanziale e puntuale informazione esterna e senza un reale confronto con la società civile e con l’opinione pubblica. Queste caratteristiche, rendono il WTO un’organizzazione essenzialmente ademocratica, priva di trasparenza e chiusa ad ogni rapporto con i cittadini. Perfino le assemblee parlamentari degli Stati membri sono sostanzialmente escluse da ogni decisione e spesso anche da ogni informazione.
I principali trattati WTO
Tra i circa 60 accordi ricadenti sotto la giurisdizione del WTO quelli certamente più gravidi di implicazioni, oltre all’originario GATT sui prodotti industriali, sono il TRIPS (Agreement on Trade-related Aspects of Intellectual Property Rights) sulla proprietà intellettuale, il GATS (General Agreement on Trade in Services) sui servizi e l’AoA (Agreement of Agriculture) sull’agricoltura. Attraverso di essi il processo di mercificazione di ogni spazio sociale e di vita e di appropriazione privata di ogni bene naturale ha trovato una cornice giuridica globale.
Il Trips è un accordo che, già nella sua attuale stesura, garantisce in pieno i diritti e i privilegi monopolistici delle grandi imprese multinazionali, attraverso la tutela assoluta dei brevetti, dei marchi e dei copyright. Quando sarà pienamente implementato da tutti i Paesi, alla fine cioè del periodo transitorio di graduale applicazione garantito ai PVS (Paesi in Via di Sviluppo), il cosiddetto capitale immateriale godrà di tutele finora ancora sconosciute allo stesso capitale reale. Attraverso il Trips la brevettazione degli elementi di base della vita umana, animale e vegetale diventano fonti di rendita monopolistica per le multinazionali della biotecnologia e dell’agroalimentare, spogliando popoli e comunità indigene delle risorse della loro terra, usate da millenni. Grazie al Trips, milioni di persone nel Sud del mondo sono condannate alla morte per malattia a causa degli alti prezzi dei farmaci. Con il Trips la conoscenza scientifica e la fruizione artistica diventano patrimonio monopolistico di pochi. A differenza degli altri accordi, il Trips ha un effetto opposto a quello propugnato dall’ideologia neoliberista. Il Trips garantisce legalmente il monopolio, sopprimendo il libero mercato, a dimostrazione che il neoliberismo è solo un orpello ideologico funzionale agli interessi del capitale dominante.
Gli altri due accordi sui servizi e sull'agricoltura sono invece, dal punto di vista neoliberista, ancora incompiuti. Essi hanno posto il quadro giuridico di base per la liberalizzazione dei rispettivi settori. Ora siamo nella fase del negoziato per l’estensione della loro operatività concreta e particolare. I rischi per il benessere dei popoli e degli individui derivanti da una estensione del loro ambito di applicazione sono enormi. Il Gats, se applicato integralmente, è tale da impedire qualsiasi gestione pubblica dei servizi essenziali, sia quelli sociali sia quelli di pubblica utilità. Tutti i servizi, tranne rarissime eccezioni quali l’emissione di moneta e la difesa militare, rientrano teoricamente nella sua giurisdizione: sanità, servizi sociali, scuola, università, trasporti, distribuzione commerciale, energia, gestione dei rifiuti e servizi ambientali, telecomunicazioni. Particolarmente a rischio nell’immediato è la gestione delle risorse idriche: per rendere in breve l’idea si può dire che in sede WTO si sta discutendo, sotto la spinta in particolare dell’UE, di un’estensione planetaria del famigerato articolo 35 della LF 2002, che obbliga alla privatizzazione e alla procedura di asta pubblica la gestione dei servizi idrici e degli altri servizi pubblici locali. Sull’accordo Gats si veda Materiali del Dipartimento Economia PRC n. 1, marzo 2003.
Altrettanto grave è il rischio di un’estensione dell’accordo sull’agricoltura. La completa liberalizzazione del mercato agricolo produce la perdita della sovranità alimentare degli Stati, la distruzione della piccola proprietà contadina, la rimozione delle normative di tutela della sicurezza alimentare e di salvaguardia dell’ambiente, consegnando l’alimentazione dell’intera umanità nelle mani di poche grandi imprese multinazionali americane e, in minor misura, europee.
I contrasti strategici dentro il WTO
Nell’arena ufficiale degli Stati e dei poteri costituiti esistono impostazioni strategiche diverse sul ruolo futuro del WTO. In particolare, si confrontano tre differenti scenari che, con un certo schematismo, possiamo individuare nella posizione degli USA, in quella dell’UE e in quella di alcuni grandi PVS, prima fra tutti l’India.
La prima posizione, che possiamo definire di "neoliberismo integrale", sostiene che il compito del WTO debba essere strettamente circoscritto alla promozione internazionale del sistema di libero scambio. Secondo questa prospettiva, l’attività e i poteri del WTO devono essere finalizzati alla rimozione integrale dei vincoli e delle barriere, dirette ed indirette, interne o esterne, alla libera circolazione delle merci e dei capitali. Nulla di più e nulla di meno di questo. Nessuna considerazione ulteriore relativa agli effetti sociali, politici, economici o ambientali deve essere tenuta in conto dal WTO. E’ evidente che questa posizione riflette l’idea imperiale degli USA, secondo cui non c’è alcun bisogno di una sede politica di governo mondiale della globalizzazione capitalistica, ma solo di sedi particolari di tipo tecnico ed economico. L’unico centro politico di direzione e di governo strategico è, e deve rimanere, la Casa Bianca. Il governo mondiale ha una dimensione unilaterale e non multilaterale.
La seconda posizione, che possiamo definire di "neoliberismo temperato", individua invece nel WTO l’istituzione internazionale più adeguata per fungere da sede della "global governance", del governo della globalizzazione. Quindi, il WTO è visto come il possibile centro strategico di direzione della globalizzazione capitalistica, il luogo di comando in cui le esigenze della liberalizzazione dei mercati sono rese compatibili con gli effetti sociali e ambientali da essa prodotti. Compito del WTO è dunque di promuovere il neoliberismo globale rendendolo sostenibile politicamente e socialmente, con una particolare attenzione all’esigenza del consenso e della legittimazione dell’opinione pubblica mondiale. In questa visione, il WTO appare come il futuro sostituto dell’ONU nell’era della globalizzazione capitalistica, in quanto istituzione strutturalmente finalizzata all’estensione planetaria dell’unico modello economico-sociale esistente. L’ONU nasce infatti come un’istituzione pluralistica sul piano dei sistemi economico-sociali e la sua struttura e le sue strategie sono potenzialmente aperte al perseguimento di differenti scopi politici e sociali. Non è così per il WTO, figlio legittimo della globalizzazione e del modello unico dell’economia capitalistica di mercato.
La terza posizione, che possiamo definire di "riformismo neoliberista", vede invece nel WTO una sede per il riequilibrio economico mondiale tra Nord e Sud del mondo all’interno del modello della globalizzazione neoliberista. In questa prospettiva, non vengono rimesse in discussione le fondamenta del neoliberismo, cioè l’apertura e la liberalizzazione dei mercati al fine di realizzare un modello di competizione globale, ma si chiede che l’applicazione delle politiche neoliberiste sia flessibile e differenziata a seconda dei livelli di sviluppo dei Paesi. L’esigenza posta da questa posizione è quella del riequilibrio delle opportunità competitive sul mercato globale. Non è quindi, questa, una posizione che si colloca sul fronte delle alternative al neoliberismo, ma che, al contrario, riconosce la validità generale del modello neoliberista, pur all’interno di un’articolazione tattica di percorsi attuativi. In sostanza, questa posizione ha in comune con le altre la convinzione che il libero mercato sia il modello economico e sociale universalmente preferibile, ma, date le diverse posizioni di partenza, occorre differenziare gli strumenti attraverso cui il neoliberismo si attua in Paesi con diversi livelli di sviluppo, per consentire effettivamente una competizione alla pari sul mercato globale. Questa visione strategica del ruolo del WTO non va oltre quindi quella di un prudente, timido e moderato riformismo che accetta come indiscutibile il modello della globalizzazione capitalistica, pur chiedendone elementi di riequilibrio competitivo. Siamo ben lontani dal riformismo radicale di matrice keynesiana, del terzomondismo e della teoria della dipendenza degli anni sessanta e settanta, sintetizzati in un documento che fece epoca come il Rapporto Brandt del 1980.
L’esame del confronto strategico in atto nella sfera della politica ufficiale mostra quindi che non è da lì che può nascere un progetto alternativo al modello della globalizzazione neoliberista. I contrasti tattici e strategici nella sfera interstatuale possono tutt’al più determinare una crisi nell’architettura politica e istituzionale della globalizzazione, inasprendo i conflitti economici tra i diversi attori in gioco, rendendo più anarchico e più brutale il modello dominante, esaltando i rapporti di forza immediati rispetto ad una visione di lungo periodo.
Le alternative al WTO: il dibattito nel movimento
E’ al di fuori della politica ufficiale, tra le forze e i movimenti critici verso il modello della globalizzazione neoliberista, che invece occorre ricercare ipotesi alternative. Nel campo del vasto arcipelago del movimento no global si possono delineare due diverse posizioni strategiche rispetto al WTO.
La prima posizione, sostenuta da numerose e influenti Organizzazioni Non-Governative anglosassoni e condivisa da una parte del movimento, partendo da un giudizio radicalmente critico verso l’attuale struttura del WTO, sostiene la necessità di una riforma di questa istituzione in senso democratico. L’accento è posto soprattutto sul carattere oligarchico e chiuso degli effettivi meccanismi decisionali operanti all’interno del WTO, che rendono questa istituzione funzionale agli interessi dei Paesi industrializzati e delle multinazionali. La proposta è quella di aprire il WTO alla partecipazione della società civile mondiale, di riconoscere come soggetti attivi non solo le entità statuali, ma anche i movimenti e le associazioni che operano nel campo dello sviluppo e della solidarietà internazionale. Inoltre, si chiede anche il definitivo abbandono delle pratiche informali di relazioni tra una cerchia selezionata di Paesi, in cui si predeterminano le decisioni che poi vengono ratificate nelle sedi ufficiali, come è finora sempre accaduto nella breve storia del WTO. Oltre all’apertura alla società civile, la richiesta è anche quella di fornire, attraverso strutture permanenti di assistenza tecnica, indipendenti e autonome, gli strumenti necessari ai Paesi più poveri per partecipare attivamente all’insieme dei processi istruttori e negoziali del WTO. In questa prospettiva, si riconosce la necessità di un’istituzione mondiale di regolazione delle relazioni economiche e commerciali come il WTO, ma si vuole mutare nei metodi e negli scopi il carattere di questa istituzione. La democratizzazione del WTO è vista infatti non solo come una questione di metodo, ma anche come la via per far entrare considerazioni di giustizia sociale, di redistribuzione delle ricchezze, di promozione dei diritti umani e di tutela ambientale nelle relazioni economiche internazionali. Trasformare il WTO in modo da farne un’arena, un forum internazionale in cui i Governi dei Paesi industrializzati, quelli dei PVS e la società civile mondiale possano confrontarsi e collaborare alla costruzione di un mondo più giusto e di uno sviluppo sostenibile sul piano ambientale e sociale. Il rischio insito in questa prospettiva strategica è evidentemente quello di una integrazione delle istanze critiche che muovono dalla società civile nel sistema dominante e della sostituzione delle pratiche di lotta e di movimento con attività di tipo lobbistico e para-istituzionale. In questo senso, d’altra parte, operano le forze politiche e statuali più illuminate e consapevoli della globalizzazione neoliberista, soprattutto dopo l’esplosione del movimento no global. E’ da riconoscere però che di questo rischio è consapevole la parte di movimento che condivide questa prospettiva.
L’altra posizione presente nel campo delle forze antiliberiste pone invece l’obiettivo strategico dell’eliminazione, della definitiva chiusura, del WTO. Questa posizione, che è sostenuta dalle forze più radicali e anticapitaliste del movimento, sostiene che per come è nata, per gli scopi a cui è istituzionalmente destinata e per le concrete modalità in cui è strutturata, questa istituzione è strutturalmente interna al modello della globalizzazione neoliberista. Nessuna riforma in senso democratico, può cambiare la natura del WTO. Il WTO è dunque irriformabile. Inoltre, la costruzione di un modello economico-sociale alternativo passa necessariamente attraverso la disarticolazione e il superamento delle istituzioni internazionali esistenti e pone il problema di una nuova, e radicalmente diversa, architettura politica internazionale. Riformare il WTO senza intaccare le altre istituzioni internazionali (G8, ONU, FMI, BM) e senza preliminarmente mettere in discussione i reali rapporti di forza politici e sociali mondiali, oltre ad essere un’ipotesi irrealistica, è anche un’ipotesi che lascia immutato il problema di un diverso ordine mondiale. La costruzione di un altro mondo possibile passa dal mutamento dei rapporti di forza sociali, politici e ideologici dentro i singoli Stati e nella comunità internazionale, prima ancora che attraverso operazioni di riforma istituzionale. Il neoliberismo deve essere prima sconfitto sul terreno politico e sociale per poter poi sostituire il modello istituzionale che esso ha creato nella fase della sua incontrastata egemonia. In sintesi, la costruzione di sedi di governo mondiale alternativo al neoliberismo seguono, e non precedono, la sconfitta del neoliberismo sul piano politico e sociale. Non è attraverso la riforma interna delle attuali istituzioni internazionali che si può muovere verso la costruzione dell’alternativa, ma viceversa la costruzione dell’alternativa passa attraverso l’abbattimento delle attuali istituzioni della globalizzazione neoliberista. Nello specifico del ruolo del WTO, d’altra parte, è da ricordare come per mezzo secolo la regolazione del commercio internazionale è avvenuta in assenza di un’apposita istituzione internazionale, attraverso un regime di accordi multilaterali che lasciava maggiori spazi di autonomia e di sovranità nazionale e che consentiva il perseguimento di obiettivi di sviluppo e non solo di liberalizzazione dei mercati. L’eliminazione del WTO non è dunque un obiettivo utopistico, non equivale ad una fuga dalla realtà verso il sogno, perché per 50 anni nel dopoguerra il sistema capitalistico mondiale, e con esso il commercio internazionale, è prosperato e si è esteso senza nessuna organizzazione mondiale del commercio. Inoltre, esiste un’altra, più antica e sperimentata, sede di confronto e di relazioni multilaterali nel campo del commercio e dello sviluppo internazionale, l’UNCTAD (United Nations Conference on Trade and Development), che, opportunamente rilanciata, potrebbe adempiere, con un’ottica meno ristretta, ad alcune delle attuali funzioni del WTO.
L’esistenza di due differenti prospettive strategiche nel movimento non impedisce nella fase attuale di operare unitariamente. Infatti, sul piano tattico, entrambe le posizioni si riconoscono nella necessità di mettere in crisi l’istituzione WTO così come essa è attualmente e di evidenziare gli stretti legami che intercorrono tra guerra permanente e neoliberismo. Per queste ragioni, comune ad entrambe è la volontà di costruire una mobilitazione mondiale di massa per il fallimento del prossimo vertice di Cancun e per impedire l’ulteriore allargamento dell’attività del WTO.
La posta in gioco a Cancun
La posta in gioco nella prossima Conferenza Ministeriale del WTO a Cancun (10-14 settembre 2003) è molto importante per i futuri sviluppi della globalizzazione neoliberista e della lotta per la costruzione dell’alternativa. Con il fallimento della Conferenza di Seattle nel 1999, il processo di globalizzazione sembrava aver incontrato resistenze politiche e sociali tali da rimetterne in discussione le fondamenta. Da un lato, la crescente insoddisfazione dei Paesi del Sud del mondo per gli effetti negativi sullo sviluppo delle loro economie derivanti dall’applicazione degli accordi dell’Uruguay Round e dalla nascita del WTO, si era tradotta a Seattle nel rifiuto di aprire una nuova fase di negoziati per estendere la liberalizzazione dei mercati e nella rivendicazione di una revisione di alcuni aspetti essenziali degli accordi vigenti. Dall’altro lato, l’emergere di un forte movimento di protesta contro la globalizzazione aveva prodotto una crisi di consenso e di legittimazione nei confronti delle istituzioni economiche internazionali e delle politiche neoliberiste. Questi due fattori, i contrasti interstatuali e la mobilitazione popolare, si erano reciprocamente rafforzati ed avevano prodotto l’insuccesso del WTO a Seattle. Dopo Seattle, i negoziati in seno al WTO erano paralizzati e lo stesso ruolo di questa istituzione sembrava destinato ad un sensibile ridimensionamento. In questa situazione, la stessa strategia della globalizzazione neoliberista, così come era stata perseguita e realizzata nel corso degli anni Novanta, entrava in crisi. Prima dell’11 settembre 2001, sembrava prevedibile, a causa degli irrisolti contrasti interstatuali, che anche la IV Conferenza WTO di Doha, prevista a novembre 2001, si concludesse con un nulla di fatto e confermasse la crisi profonda del WTO.
Il clima di guerra permanente e infinita, imposto dagli USA dopo gli attentati terroristici alle Twin Towers, ha cambiato radicalmente la situazione. Al vertice di Doha è stato così lanciato un nuovo e molto ambizioso round negoziale, paragonabile per estensione, rilevanza e modalità all’Uruguay Round, pietra miliare della globalizzazione neoliberista. Il Doha Round, come l’Uruguay Round, ha assunto la forma-capestro del singolo negoziato complessivo. Le questioni principali oggetto del negoziato sono: l’ulteriore liberalizzazione dell’agricoltura, l’estensione del GATS finalizzata alla privatizzazione dei beni comuni (in primo luogo acqua ed energia), dei servizi sociali e dell’istruzione, la completa eliminazione delle barriere commerciali per i prodotti industriali con l’estensione del GATT, la liberalizzazione integrale degli investimenti reali e finanziari all’estero, la definizione di standard globali per la libera concorrenza sui mercati interni, la definizione di normative globali per lo svolgimento degli appalti pubblici a garanzia della libera concorrenza, l’accesso ai farmaci per i Paesi poveri, l’individuazione dei trattamenti speciali e differenziati per i PVS, le relazioni tra accordi ambientali e accordi commerciali. Come si può vedere, lo spettro di questioni oggetto di negoziato copre l’intera struttura del modello della globalizzazione neoliberista. Per un’essenziale descrizione dei punti in discussione e dello stato dei singoli negoziati si rinvia a Materiali del Dipartimento Economia PRC n. 2 – L’agenda di Cancun – Marzo 2003.
Il giudizio complessivo che si può dare sullo stato dell’arte ad oggi è che le probabilità di un fallimento del vertice di Cancun sono più grandi di quelle di un suo successo. Il calendario dei negoziati su alcune questioni decisive, a cominciare dall’agricoltura, è saltato a causa dei contrasti tra USA e UE da un lato, e tra i PVS e i Paesi Industrializzati dall’altro. I contrasti interstatuali, dopo la parentesi di Doha, sono riapparsi in tutta la loro forza oggettiva e si sono incancreniti. Ad oggi, tutti gli osservatori, a cominciare da l’Economist e dal Financial Times, prevedono un fallimento di Cancun. Cancun, pur non rappresentando l’ultima spiaggia per i negoziati in quanto la scadenza finale del Doha Round è fissata al 1 gennaio 2005, è tuttavia un appuntamento decisivo. Il fallimento di Cancun aprirebbe la strada ad una crisi profonda e forse irreversibile del WTO. La preparazione del vertice si svolge nel pieno della guerra all’Iraq. E’ difficile prevedere quali conseguenze potrà avere questa situazione internazionale. Da un lato, i contrasti politici e diplomatici all’interno dell’Occidente possono esasperare i conflitti commerciali preesistenti. Dall’altro lato, però, può crescere la consapevolezza che in questa situazione di tensione politica, l’apertura di un duro conflitto anche nelle relazioni economiche e commerciali potrebbe mettere in discussione l’intero assetto politico, economico e sociale mondiale e quindi spingere le principali potenze verso un accordo di compromesso per salvare il modello della globalizzazione neoliberista.
Il compito immediato: Fermare la guerra!
Fermare il WTO a Cancun!
Sull’esito finale di Cancun peserà in modo decisivo l’altro soggetto che, accanto agli Stati, opera nell’arena politica e sociale mondiale, cioè il movimento. Se, come avvenne a Seattle, il movimento riuscirà a costruire una grande mobilitazione popolare su scala mondiale per fermare il WTO, l’accordo di compromesso risulterà impossibile e le contraddizioni interstatuali non potranno essere superate con la pura volontà politica dei poteri dominanti. Il movimento ha oggi una grande responsabilità, è diventato un protagonista effettivo della scena mondiale, è ormai in grado di influire e di determinare il corso degli eventi. La sua azione non è più solo di protesta e di contestazione, ma ormai di costruzione dell’alternativa.
La costruzione di una mobilitazione in vista della Conferenza di Cancun deve quindi rappresentare un obiettivo prioritario di tutto il movimento. Essa è il terreno migliore per far crescere la coscienza di massa sulle cause nascoste e strutturali della guerra e per rendere più consapevole e più radicalmente efficace il più ampio movimento per la pace, che in queste settimane si è esteso a settori di opinione pubblica in precedenza estranei alle tematiche antiliberiste. Questa priorità è stata colta dal movimento italiano che, nell'assemblea dei Social Forum tenutasi a Livorno a inizio marzo, ha deciso di affiancare al tavolo "Fermiamo la guerra", uno specifico tavolo nazionale "Fermiamo il WTO", come sede unitaria di iniziativa e di coordinamento, a cui partecipano anche le diverse campagne già avviate, fra cui "Questo mondo non è in vendita", alla quale aderiscono diverse e importanti associazioni, e "Stop war, stop WTO", promossa, fra gli altri, da Via Campesina.
Le premesse per un successo di questa mobilitazione ci sono tutte. Una crisi del WTO a Cancun, generata anche dalla crescita della mobilitazione popolare, potrebbe segnare una svolta decisiva nella lotta contro la globalizzazione neoliberista. La mobilitazione vittoriosa contro il vertice WTO di Seattle nel 1999 ha segnato l’apparizione del movimento no global su scala mondiale e ha incrinato l’egemonia del pensiero unico. Una mobilitazione vittoriosa contro il vertice WTO di Cancun potrebbe segnare la crisi irreversibile del neoliberismo su scala mondiale e il primo, concreto passo nella realizzazione di quell’altro mondo possibile per cui tutti noi lottiamo.
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Andrea Ricci
responsabile nazionale Economia PRC
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