COSENZA ALLA VIGILIA 
La città dei teoremi falliti

Una memoria che vive nellle generazioni e nelle istituzioni, dove i Ros non possono perquisirla né colpirla

Certe volte la storia, come il diavolo, ci mette la coda, e con le sue insistenze fornisce la ciliegina alla torta carica di novità della cronaca. La vicenda del rapporto dei Ros contro il movimento no-global che fa il giro delle procure prima di trovare entusiastica accoglienza in quella di Cosenza potrebbe essere una tragicomica dimostrazione di come, in tempi di globalizzazione, con gli spazi della politica si fluidificano anche gli spazi della repressione. Ma a Cosenza il nomadismo dei Ros s'impunta, come il discorso in un lapsus, e la nevrosi ossessiva della repressione e dei teoremi giudiziari si ripete uguale a cinque lustri fa, dalle perquisizioni nell'università alle associazioni sovversive inventate. Poteva esserci una città meglio scelta, per restituire al movimento di oggi quella genealogia che da solo non sempre si dà? Non poteva. Lo sa per prima la giovane sindaca di Cosenza, Eva Catizone, classe 1965, studi letterari nella stessa università incriminata, apprendistato politico nella segreteria di Franco Piperno, il leader di Potere operaio che dalla condanna per associazione sovversiva imbastita nel processo 7 aprile era appena uscito quando Giacomo Mancini lo chiamò a fare l'assessore alla cultura nella sua prima giunta nel '93. Una biografia che è una specie di concentrato della parabola che va in scena a Cosenza. La giovane sindaca, che pochi mesi fa di Mancini ha preso il posto e l'eredità, quella parabola la conosce alla perfezione, non disegna controteoremi ma non esclude di essere parte in causa nei teoremi altrui: già in campagna elettorale il centrodestra non ha fatto che accusarla di essere amica di Piperno e Toni Negri, lei non smentisce ma rivendica, «Toni lo conosco da quando stava a Parigi e lo invito spesso al mare, e allora?». Allora, il teorema anti no-global suona anche come un attacco alla sua amministrazione rossa e rosa (ben cinque donne in giunta) e all'eredità illuminata di chi l'ha preceduta e di Cosenza ha saputo fare quello che è: una città di 100.000 abitanti con gusti e stili metropolitani, una borgesia progressista, un magnifico centro storico tutto recuperato, investimenti e realizzazioni culturali che vanno dal teatro di strada al Planetario realizzato da Piperno che è secondo in Italia solo a quello di Milano, e l'università progettata negli anni sessanta sul modello dei campus americani da personalità come Andreatta e Sylos Labini che adesso conta 25.000 iscritti e secondo le classifiche del Censis sta al primo posto fra le università medie italiane per qualità degli studi e inserimento dei laureati nel mercato del lavoro. Eva Catizone sa che tutto questo non è costato poco, e non ci sta a vedere l'opera sfregiata, altro che il David di Donatello, dai Ros e dalla procura: ce n'è voluto per ridare all'università l'onore perduto con il blitz di Dalla Chiesa nel `79, quando anche in città Arcavacata passava per un covo di terroristi, e ora ci risiamo? Nossignore: «Ci vogliono spingere all'indietro, ma noi vogliamo andare avanti».

La ripetizione del teorema non aveva fatto i conti con lei, con la sua giunta, con il vescovo, col rettore dell'univerità. Tanto per cominciare, per oggi e domani tutto è mobilitato perché i no global siano bene accolti e il corteo sia «grande, pacifico, tollerante, non belligerante». L'amministrazione ha preparato le strutture e organizzato i trasporti. La sindaca ha chiuso le scuole per evitare che ci sia troppo traffico, ha chiesto posti letto alle famiglie che in 35 hanno risposto sì, ha pregato i commercianti di tenere tutto aperto perché i manifestanti avranno pur diritto di rifocillarsi, ha chiamato gli artisti di strada e gli sbandieratori a vivacizzare il corteo. Il vescovo ha indetto per stasera una veglia di aolidarietà coi no-global. Il rettore, che oggi parlerà in conferenza stampa, anticipa il suo pensiero alle agenzie: già i blitz degli anni 70 si risolsero in nulla, basta con queste periodiche aggressioni e queste «macroscopiche menzogne» che indicano l'Unical come centro di produzione di illegalità «mentre qui si produce crescita civile».

E non si tratta solo di buona organizzazione o di posizionamento politically correct. La beffa, per gli allestitori del teorema n.2, è che a Cosenza gli anni settanta hanno davvero seminato memoria politica, dentro e fuori dalle istituzioni; e come accade quando la semina riesce, nulla è clonato dal passato, ma quell'eredità vive e si sente. Come dice Franco Piperno - che a risentire parlare di associazione sovversiva s'è sentito per un attimo scaraventato a un quarto di secolo fa mentre, di ritorno da Firenze, stava ragionando sulle contaminazioni fra no-global, Cgil e girotondi - non c'è tanto da ricercare identità fra i movimenti degli anni settanta e questo di oggi, ma da percepire sedimenti rielaborati negli anni e restituiti dal presente: nella rete dei disobbedienti e nelle reti generazionali; nell'amministrazione che sui no- global sta dalla parte giusta e intanto guarda all'Europa e lavora per un'Unione delle municipalità costruita dal basso; nei corsi di Arcavacata, dove insegnano docenti come Piperno stesso, o Mario Alcaro, filosofo e direttore di una rivista di discussione politica legata all'Associazione per il rinnovamento della sinistra che si chiama Ora Locale e giusto in questi giorni festeggia i suoi primi cinque anni, o sociologi di formazione francofortese come Renate Siebert, e ancora Paolo Jedlowski e Paolo Virno, e Ada Cavazzani e Giordano Sivini che Arcavacata l'hanno tenuta a battesimo. Certo, per gli ossessivi ricercatori di teoremi qualche pericolo resta. «Ho sempre reputato l'attività sovversiva legittima, salvo eventuali reati specifici», dice Piperno, «fa parte del mestiere dell'intellettuale, non ho mai insegnato neanche la fisica come una dottrina indiscutibile». E in piazza è già pronto lo striscione per sabato, c'è scritto «pensare non è reato». 


da Il Manifesto
IDA DOMINIJANNI