Agricoltura, una proposta alternativa ad «Agenda 2000»

L’agricoltura, anche nella società moderna, è fondamentale per la vita e per l’ambiente. Il bilancio agricolo europeo è destinato quasi per il 50% all’agricoltura. Nonostante ciò, le condizioni di lavoro del mondo agricolo e la qualità dei prodotti sono in continuo peggioramento. 
Le politiche di salvaguardia ambientale e quelle di recupero delle condizioni degradate dei territori rappresentano ad un tempo uno degli indirizzi fondamentali da praticare per il miglioramento della qualità della vita delle popolazioni ed una delle principali opportunità di nuova occupazione. 
L’Ue dovrebbe collocarsi in prima fila nella messa in pratica e nell’imposizione agli altri paesi, innanzitutto Usa e Cina, i due Paesi più inquinanti del Pianeta, degli orientamenti della Conferenza di Rio e di Kyoto per la difesa dei grandi habitat planetari e della biodiversità e contro le emissioni di gas che producono effetto serra e cambiamenti climatici. 
Al centro di questo nuovo indirizzo dovrebbe collocarsi un’agricoltura sostenibile, produttrice di alimenti di qualità, oltre che di un ambiente migliore. Buona parte del documento economico programmatico “Agenda 2000” è dedicato al disegno della nuova Politica Agricola Comunitaria (PAC). In realtà, le nuove regole proposte sono interne al quadro di competitività internazionale disegnato dagli accordi dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) e si traducono nell’assenza di controllo delle produzioni, priorità all’esportazione e ribasso dei prezzi. Questo aggraverà la situazione ambientale e peggiorerà, sul piano della salubrità, le produzioni. 
Manca alla proposta un progetto di sostegno e di qualificazione del mercato interno a tutela dei consumatori. In ultima analisi, gli effetti delle misure determineranno: un aumento del processo di eliminazione delle piccole e medie imprese e ulteriore distruzione di occupazione nel settore; un aumento del sostegno finanziario nei soli settori produttivi tipici dell’agricoltura continentale, incrementando lo squilibrio a danno delle produzioni mediterranee; una concentrazione del sostegno finanziario, privilegiando sempre di più le grandi aziende capitalistiche; l’accettazione di semi modificati geneticamente, mettendo anche qui a rischio sia i consumatori che l’ambiente più in generale. 
In questo quadro, le effimere “vittorie” di alcuni paesi in sede di maratona agricola sono un fatto secondario; senza misure contro queste tendenze l’aumento delle quote latte e degli aiuti a sostegno di alcuni settori ritarderà solo di alcuni anni l’espulsione degli agricoltori piccoli e medi. La “riforma” della PAC prevede – entro il 2006 – l’espulsione di circa 1.160.000 aziende, concentrata principalmente nell’area mediterranea), ma non potrà annullare la crisi e la ristrutturazione indotte dal processo di globalizzazione. 
La nuova PAC non può essere solo funzionale ai prossimi accordi dell’OMC, per questo il vero problema è gestire e non limitare le produzioni ed il mercato interno, includendo nella proposta di riforma misure adeguate per i Paesi di prossima adesione. 
Se la Commissione vede il problema finanziario come fondamentale nell’agricoltura comunitaria, riducendo i fondi per la PAC, abbassando i prezzi e regolando il sostegno, per Rifondazione Comunista il problema agricolo dell’UE è dato dalla produzione di eccedenze a scapito dell’ambiente, con un sistema di coltivazione intensivo, che vive di importazione di mezzi di produzione. Per la Commissione, l’allargamento ai paesi dell’Europa Centrale ed Orientale (PECO) è soprattutto un costo, per Rifondazione Comunista essa rappresenta l’opportunità di trasformare agricolture poco efficienti e molto inquinanti, che hanno come risorsa principale la manodopera a basso prezzo, in occasioni di nuovo sviluppo. 
Per una riforma agraria
Occorre una riforma agricola che sovvenzioni solo chi ricava il proprio reddito dall’agricoltura, ponendo fine alla retorica sul falso problema dei costi della PAC e realizzando una spesa funzionale, trasparente e riqualificata dei fondi comunitari, che in questo caso, risulterebbe addirittura inferiore al livello attuale. 
E’ necessario valorizzare i soggetti agricoli, le piccole e medie imprese familiari, il lavoro dei braccianti e non il capitale, introducendo nelle politiche di sostegno il parametro relativo alla quantità di lavoro per unità di prodotto. Inoltre, va data un’attenzione prioritaria al consumo interno, premiando le produzioni di qualità e favorendo la diffusione di produzioni locali, controllate, tipiche e biologiche. 
La grande e rapida trasformazione del quadro sociale pone un problema nuovo all’agricoltura: quello della creazione, nelle città e nelle campagne, di un blocco sociale antagonista, in presenza di una società metropolitana, dominata dai mass-media, in cui cambia la struttura del mondo rurale ed in cui ai fenomeni di disgregazione delle campagne si uniscono quelli tipici delle aree metropolitane, con aggiunta di insicurezza alimentare per fasce sempre più larghe di popolazione e bassa qualità degli alimenti. E’ la pratica su obiettivi comuni dei diversi soggetti che può rompere l’isolamento e la marginalizzazione dell’agricoltura: contro di essa bisogna lottare, realizzando la difesa dei sistemi agricoli detti “marginali” (montagna e zone svantaggiate) e la riduzione dell’inquinamento da iperproduzione nelle aree fertili. 
Solo una grande mobilitazione sociale può valorizzare il patrimonio dell’agricoltura mediterranea e realizzare su di essa una ricerca di base, svincolata dalle politiche dei grandi gruppi industriali e delle multinazionali, ma invece legata agli interessi collettivi. Come anche si impone una urgente mobilitazione per la difesa della biodiversità contro la brevettazione del vivente e l’uso di alimenti transgenetici, verso cui l’Agenda 2000 si mostra incapace di una vera azione, quando non è evidentemente favorevole. 
L’obiettivo è la difesa dei piccoli e medi agricoltori, come quella delle fasce più deboli e sfruttate del lavoro (anche quello intellettuale di tecnici e ricercatori, sempre più precari e meno tutelati).

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