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Linee guida riforma PAC
Una nuova PAC s'impone, da subito.
La posizione dei Verdi
Gli avvenimenti recenti forieri di crisi gravissime sia economiche che di fiducia, ci impongono un ripensamento profondo della PAC. I suoi strumenti, così come le linee guida che l'hanno determinata, non hanno saputo cogliere la necessità di un cambiamento radicale che pure era annunciato dall'introduzione delle misure agro-ambientali e dal ruolo crescente - ma ancora insignificante - dato allo sviluppo rurale.
La crisi della BSE, grave e costosa, è solo una delle crisi che ormai a ritmo costante si abbattono sul sistema agricolo europeo e dimostra che il consumatore deve diventare il parametro di riferimento delle nostre misure di politica agricola. Per la prima volta nella storia, probabilmente, abbiamo paura del cibo che mangiamo. Questa novità assoluta deve orientarci e deve essere capita anche dagli agricoltori.
Il Governo italiano è consapevole del fatto che la politica agricola non può contrastare con le politiche ambientali e le politiche per la salute umana e crede che l'erogazione della spesa agricola debba essere condizionata da altri parametri che quelli, abituali, di sostenere la merce-cibo europea nella sua via al mercato internazionale.
I regimi di garanzia dei prezzi e delle sovvenzioni alle esportazioni, così come i la gestione fatta dei sistemi delle quote di produzione, hanno creato negli agricoltori l'erroneo convincimento che il valore della scelta del consumatore possa essere comunque superata e compensata dall'intervento pubblico, dal sostegno al collocamento delle eccedenze sui mercati mondiali e dal consolidamento individuale del diritto a produrre indipendentemente dalle modalità con cui la produzione viene realizzata..
L'eccessiva spinta alla produzione ed il disegno di perseguire la competitività delle aziende attraverso metodi di produzione più consoni all'industria che non all'agricoltura hanno finito per assimilare i metodi di produzione agricoli a quelli industriali.
Invece, l'agricoltura deve conservare la propria specificità, deve ribadire il proprio ruolo multifunzionale e portare all'affermazione di un modello alimentare europeo, fondato sulla diversità, sulla qualità e sulla sicurezza, così come abbiamo tutti insieme annunciato al Consiglio Informale di Biaritz.
La crisi della BSE - che tutti abbiamo in mente - oltre a smascherare gli errori della P.A.C. e deve dare al legislatore comunitario la consapevolezza che, pur restando imperativo la difesa di una Politica Agricola Comune, non è più possibile frapporre indugi ad una sua radicale riforma che orienti la produzione agricola ed agroalimentare verso la qualità, attraverso strumenti che incentivino la sicurezza degli alimenti, la loro tracciabilità, il loro legame al territorio ed al mondo rurale.
Allora, le priorità che si deve porre la spesa agricola sono:
- La salvaguardia della salute umana attraverso la sicurezza degli alimenti ed il controllo dei sistemi di produzione;
- La salvaguardia del mondo rurale assicurando la permanenza della sola attività agricola compatibile con il territorio, in uno spazio rurale vivibile e ricco di aziende agricole;
- Il riconoscimento della specificità della produzione agricola senza che questa venga confusa con la produzione industriale.
Abbiamo bisogno di una riforma della Politica Agricola Comune che - senza rinazionalizzare le scelte fondamentali - sia in grado di valorizzare la specificità degli Stati membri dell'UE, delle diverse regioni d'Europa con la loro storia ed i loro agro-ecosistemi, delle singole aziende agricole e dei singoli agricoltori.
Quello che deve essere tutelato a livello europeo è il valore aggiunto che la filiera agricola è in grado di dare in termini di qualità e sicurezza alimentare, partendo da una valutazione sulle "buone pratiche" nei campi, nelle stalle e nelle pratiche agricole. Partendo da questo principio, l'erogazione della spesa agricola va modulata in funzione del maggiore costo dei vari sistemi di produzione e delle zone di produzione che sono in grado di certificare un'agricoltura responsabile.
Se vogliamo evitare di rilanciare continuamente un'agricoltura che coltiva premi PAC, dobbiamo anche mettere dei limiti massimi al sostegno comunitario per azienda e condizionare questi a parametri ambientali, sociali ed a un'equa ripartizione del diritto a produrre che tenga conto delle diverse tipologie d'azienda nelle varie regioni d'Europa e nei vari Stati.
Oggi ci limitiamo a finanziare solo i regimi di mercato, avendo come unico obiettivo il collocamento del prodotto, invece di sostenere chi rispetta e dimostra di condurre l'azienda agricola in base, per esempio, alla vecchia 2078 che aveva introdotto le misure agro-ambientali, la 2092/91 sul biologico, i disciplinari 2081 e 2082 sulle DOP, DOC e IGP. Per rafforzare la Politica di qualità occorre condizionare l'erogazione degli aiuti al rispetto di precisi disciplinari di produzione.
Sarà necessario valutare la possibilità di estendere a tutte le Organizzazioni Comuni di Mercato un regime di etichettatura a fini di trasparenza e di tutela del consumatore.
La prima occasione per realizzare tale obiettivo è offerta dalla proposta di riforma del settore delle carni bovine di recente presentata dalla Commissione al Consiglio dell'Unione Europea. A tal riguardo è necessario impedire l'introduzione di diritti individuali nel settore del regime dei premi ai bovini maschi ed occorre sopprimere il sistema dei diritti individuali già introdotto per le vacche nutrici, evitando così di congelare l'attuale situazione degli allevamenti che impedisce il suo riorientamento alla qualità. Infatti un sistema di diritti individuali così come oggi è concepito e realizzato salvaguarda le imprese che non investono nella qualità ed impedisce alle aziende che invece operano - ad esempio - nel biologico, nel terreno delle D.O.P. e delle I.G.P. e delle produzioni tradizionali di accrescere la loro presenza proprio per la impossibilità di ottenere diritti al premio.
Per superare tale ingessatura del sistema dovrà essere consentito agli Stati membri di gestire i premi ai fini della loro erogazione, in via prioritaria, a quelle aziende che operano complessivamente secondo parametri di alta qualità.
Ma occorre anche arrivare al contenimento della produzione attraverso la riduzione lineare, ossia in funzione di una stessa percentuale, dei plafond nazionali di tutti gli Stati membri per quanto riguarda il premio ai bovini maschi.
Per restare nell'attualità una ulteriore occasione di riforma è data dalla proposta di modifica del Reg. 1251/99 relativo alle colture arabili. In tale quadro occorre rivedere la politica del set-aside alla luce dell'accresciuto fabbisogno di proteine vegetali da destinare all'alimentazione del bestiame conseguente alla crisi della B.S.E. E' necessario che l'Unione Europea investa le superfici ora messe a riposo in leguminose foraggiere e piante proteiche per evitare di ricorrere a maggiori importazioni di produzioni col rischio di diventare la pattumiere delle coltivazioni transgeniche che geneticamente modificate nei confronti delle quali va mantenuto il più stretto controllo non solo impedendo che invadano i nostri campi ma anche evitando che - in modo strisciante - s'impongano nell'alimentazione animale.
Occorre consentire la coltivazione delle superfici a set-aside senza limitare il campo di applicazione della proposta alle sole aziende biologiche. E tale modifica può essere fatta nel rispetto della neutralità di bilancio, ossia continuando a derogare il solo premio per il set-aside.
Di conseguenza, per non creare ulteriori squilibri ed ingiustizie, si deve anticipare anche la riforma dell'Organizzazione Comune di Mercato del latte e quella dei seminativi, nonché del riso e delle carni ovino-caprine, del pollame e dei suini per integrare anche queste misure con politiche più compatibili con l'ambiente e con il ruolo multifunzionale dell'agricoltura.
Da Mc Sherry nel '92 ad Agenda 2000 del '99, le riforme sono state inadeguate e spesso marginali. Ad esempio solo il 10% del fondo Feoga garanzia è destinato allo sviluppo rurale.
Si può operare il controllo della produzione condizionandola da parametri di sicurezza alimentare e di salvaguardia degli spazi rurali e delle attività agricole che - in modo socialmente giusto e ecologicamente durevole - vi si svolgono.
Qualcuno dirà che vogliamo avviare una politica del governo dell'offerta, ma non possiamo non affrontare con rigore una riflessione anche sulla quantità totale delle produzioni oltre che sulla loro qualità. Sappiamo che ad una logica di sostegno pubblico spesso corrisponde una logica di ammasso e di eccedenze, noi dobbiamo rompere questa spirale, per poter tenere sotto controllo anche la spesa e restare nei tetti imposti alla spesa comunitaria. . Occorre sottrarre risorse comunitarie a chi produce solo quantità ed è indifferente nei confronti delle nuove necessità che si manifestano nella società.
Occorre, quindi, revisionare non solo i criteri ed i parametri con cui si distribuiscono i sostegni comunitari ma bisogna anche riconsiderare gli effettivi e reali beneficiari dell'intervento comunitario. Bisogna attivare regimi d'intervento che vadano a favore solo di chi è produttore agricolo nel senso proprio del termine, escludendo dagli aiuti agricoli chi non lo è.
Se vogliamo che esista un modello agricolo europeo questo deve essere incentrato sulla qualità ed essere contrapposto rispetto ad un modello che privilegia la quantità e l'omologazione, come quello propugnato dal Gruppo di Cairnes.
Capisco le difficoltà della Germania - che grandemente contribuisce alla spesa comunitaria - ad accettare un aumento delle risorse per l'agricoltura. Forse questo aumento non è necessario se, in alternativa, si possono colpire quei sistemi di produzione che contribuiscono alla "cattiva agricoltura", "all'agricoltura-industria".
Nel settembre scorso, con il Gruppo di CAPRI, abbiamo cominciato a riflettere sulla riforma dopo Agenda 2000, per anticiparla. Ci siamo concentrati molto, in particolare, sui non trade concerns: sviluppo rurale, qualità e sicurezza. Questa riflessione deve essere allargata all'insieme dei Paesi membri.
L'offerta comunitaria presentata dall'Unione Europea al WTO appare giustamente orientata verso il riconoscimento dei "non-trade concerns" quali aspetti fondamentali di una nuova politica del commercio dei prodotti agricoli che sia rispettosa della qualità, della tutela delle denominazioni di origine e delle indicazioni geografiche, della salvaguardia del territorio, del benessere degli animali, della sicurezza degli alimenti e del rispetto dei diritti dei lavoratori agricoli. Occorre ribadire la posizione comunitaria e chiedere che queste tematiche formino un unico pacchetto, all'interno del capitolo agricolo, con le questioni commerciali (sostegno interno, accesso al mercato, sussidi all'export) che vanno comunque negoziate sulla base del principio del riequilibrio tenendo conto che l'agricoltura ha una propria specificità.
Per quanto riguarda l'Allargamento, se vogliamo evitare che i nuovi Paesi membri diventino una sorta di terra di conquista per abbattere, insieme ai costi di produzione, anche gli standard di qualità del cibo che mangiamo, allora è fondamentale trasmettere ai nuovi partners i nostri contenuti, prima che sia troppo tardi.
La base resta l' "acquis communautaire". L'armonizzazione delle regole deve realizzarsi al meglio, non al peggio. A me sembra che i paesi candidati tendano a emularci chiedendo aiuti diretti, come noi, d'altronde, abbiamo sempre fatto per salvaguardare le nostre quantità e garantirci una pretesa politica aggressiva sul mercato mondiale. Se non vogliamo ricominciare con le montagne di eccedenze, dobbiamo spiegar loro che oggi le nostre priorità si concentrano sugli standard di produzione, sulle materie sanitarie, fitosanitarie e ambientali, sulle necessità di uno spazio rurale vivibile e non desertificato.
In conclusione emerge sempre più con chiarezza che si debba dedicare prioritariamente la PAC a due soggetti: il consumatore e il VERO conduttore di azienda agricola, escludendo dal sostegno comunitario per l'agricoltura da tutti quei
soggetti che tali non sono.
On. Alfonso Pecoraro
Scanio |