Linee guida per la riforma della Politica Agricola Comunitaria

La crisi della BSE, oltre a smascherare gli errori della P.A.C., deve dare al legislatore comunitario la consapevolezza che, pur restando imperativa la difesa di una Politica Agricola Comune, non è più possibile frapporre indugi ad una sua radicale riforma che orienti la produzione agricola ed agroalimentare verso la qualità, attraverso strumenti che incentivino la sicurezza degli alimenti, la loro tracciabilità, il loro legame al territorio ed al mondo rurale. 
L'eccessiva spinta alla produzione ed il disegno di perseguire la competitività delle aziende attraverso metodi di produzione più consoni all'industria che non all'agricoltura, hanno finito per assimilare i metodi di produzione agricoli a quelli industriali.

Al contrario, l'agricoltura deve conservare la propria specificità, deve ribadire il proprio ruolo multifunzionale e portare all'affermazione di un modello alimentare europeo, fondato sulla diversità, sulla qualità e sulla sicurezza, così come è stato annunciato al Consiglio Europeo informale di Biarritz a settembre 2000.

Le priorità che si deve porre la spesa agricola sono:

  • La salvaguardia della salute umana attraverso la sicurezza degli alimenti ed il controllo dei sistemi di produzione;
  • La salvaguardia del mondo rurale assicurando la permanenza della sola attività agricola compatibile con il territorio, in uno spazio rurale vivibile e ricco di aziende agricole;
  • La sicurezza del reddito degli agricoltori, la migliore competitività;
  • Il riconoscimento della specificità della produzione agricola senza che questa venga confusa con la produzione industriale.

Abbiamo bisogno di una riforma della Politica Agricola Comune che - senza rinazionalizzare le scelte fondamentali - sia in grado di valorizzare la specificità degli Stati membri dell'UE, delle diverse regioni d'Europa con la loro storia ed i loro agro-ecosistemi, delle singole aziende agricole e dei singoli agricoltori.

1. L'attuale modello di Politica Agricola Comune

La Politica Agricola Comune, che ha svolto in passato un ruolo importante nello sviluppo del sistema agro-alimentare europeo, mostra oggi segni evidenti di crisi. Si è fortemente incrinata la fiducia degli acquirenti e più in generale dell'opinione pubblica e, da parte loro, gli agricoltori non vedono corrisposte le legittime aspettative di sviluppo che dipendono proprio dalla fiducia del consumatore.

Il susseguirsi di crisi sanitarie e le stesse crisi di mercato, hanno evidenziato ulteriormente l'insostenibilità e l'inadeguatezza dell'attuale sistema di intervento pubblico in agricoltura nell'Unione Europea (UE). Le crisi conseguenti all'insorgere della BSE, alla sua recrudescenza, ai casi della diossina e, da ultimo, all'afta epizootica, costituiscono un inequivocabile segnale d'allarme, a fronte del quale si impone un profondo ripensamento dei principi, degli obiettivi e degli strumenti della Politica Agricola Comunitaria (PAC).

La PAC di oggi è fondata su due pilastri. Da un lato, le politiche di mercato assorbono circa il 90 % di tutte le spese per l'agricoltura, e sono imperniate su misure che incentivano lo sviluppo di un'agricoltura intensiva, che punta ad aumentare i profitti esclusivamente attraverso l'aumento delle quantità. Dall'altro, le politiche per lo sviluppo rurale, che assorbono solo il 10% delle risorse finanziarie, mirano ad intervenire sul territorio rurale, all'interno del quale il settore agricolo deve sempre più ricoprire un ruolo preminente.

Questo modello di politica agraria è entrato in crisi già a partire dagli anni ottanta, quando si sono accumulate eccedenze produttive in Europa tali da rendere insostenibile la PAC, sia dal punto di vista finanziario che sotto il profilo delle relazioni internazionali. Le riforme degli anni novanta, avviate con la proposta MacSharry del 1992, hanno cercato di porre rimedio ai problemi finanziari ed internazionali, rendendo la PAC in qualche misura più compatibile sia con i vincoli di bilancio dell'UE che con quelli derivanti dall'accordo Gatt sull'agricoltura del 1994.

Tuttavia la predominanza in tale contesto dei regimi di garanzia dei prezzi, delle sovvenzioni alle esportazioni, dei sistemi delle quote di produzione e degli aiuti indifferenziati al reddito, hanno disincentivato molto spesso le produzioni orientate alla qualità, favorendo le produzioni intensive.

Emerge dunque, nel corso degli anni novanta e prosegue ora, un modello di PAC non rispondente ad obiettivi divenuti ormai prioritari quali la tutela del consumatore, la difesa dell'ambiente, e della qualità e sicurezza degli alimenti.

Anche con la riforma di Agenda 2000 tali obiettivi prioritari sono stati disattesi e si è confermata nella sostanza la vecchia PAC.
In molti settori sono state confermate le politiche di controllo della produzione. Le quote nel settore lattiero caseario, per esempio, ingessano la struttura produttiva, e ostacolano i necessari processi di riqualificazione. La permanenza di questi strumenti rischia di rendere sterile qualunque tentativo di riorientare l'agricoltura europea verso modelli di sviluppo compatibili con la sicurezza alimentare, con la qualità degli alimenti e con l'ambiente, in un contesto di migliore redditività e competitività delle attività.

Nel settore dei seminativi è stato confermato il set-aside, uno strumento che desta forti perplessità, innanzitutto sotto il profilo etico, in quanto impone la non utilizzazione delle risorse naturali, quando scarseggiano beni alimentari importanti, come ad esempio le proteine vegetali ad uso zootecnico.

Il sistema di aiuti al reddito introdotti con la riforma Mac Sharry, oggi ancora vigente, consente l'erogazione del sostegno in modo incondizionato, nella più assoluta carenza di vincoli a parametri di qualità e sicurezza dei prodotti. Questi aiuti hanno inoltre contribuito in modo sostanziale ad accentuare lo squilibrio, già presente, nella destinazione delle risorse finanziarie a favore delle produzioni continentali e a discapito di quelle mediterranee.

La PAC di oggi, infine, appare inoltre difficilmente compatibile con la prospettiva di un allargamento ad est dei Paesi dell'Europa centro-orientale (PECO). L'estensione dell'attuale modello comporterebbe oneri finanziari insostenibili ed un aumento consistente della produzione di beni agricoli indifferenziati i quali, non trovando adeguati sbocchi di mercato, andranno ad arricchire le già consistenti scorte europee. In questo contesto è indispensabile che ai nuovi paesi membri venga applicata una PAC già riformata e finalizzata a raggiungere i nuovi obiettivi. Per rendere più efficace l'azione comunitaria in questo senso, occorre coinvolgere da subito i nuovi paesi membri nella discussione sulle riforme.

2. I nuovi orientamenti politici

Si tratta dunque di ridefinire i principi e gli strumenti che debbono ispirare la nuova PAC per renderla conforme al modello agricolo europeo, che si fonda sulla diversità, sulla qualità e sulla sicurezza. Il futuro dell'agricoltura comunitaria dipende dalla valorizzazione del modello europeo nei confronti del processo di omologazione alimentare che alcuni nostri partners mondiali, anche se non l'hanno promosso, di certo lo hanno assecondato. 
L'agricoltura, per le sue specificità, richiede l'adozione di misure che siano ispirate ai principi della sicurezza alimentare, già enunciati dalla Commissione Europea nel Libro Bianco sulla sicurezza alimentare del gennaio del 2000, della precauzione, da sviluppare in seno al nuovo negoziato multilaterale WTO, e della responsabilità di tutti gli attori della filiera agro-alimentare (produttori di mangimi e sementi, produttori agricoli, industria di trasformazione, settori distributivo e ristorazione) ed in base al quale devono essere gli operatori ad avere la responsabilità primaria di assicurare la salubrità degli alimenti ai consumatori; è importante che venga assicurata la rintracciabilità dei percorsi dei mangimi e degli alimenti, affinchè si possa identificare ogni prodotto lungo tutta la catena alimentare; è indispensabile assicurare la corretta informazione del consumatore, attraverso un'efficace etichetta agricola, che ricostruisca in modo chiaro e comprensibile l'intera "storia" del bene, dell'azienda agricola e dell'impresa alimentare all'interno delle quali è stato prodotto. In estrema sintesi, occorre avere attenzione non solo al prodotto finale, ma all'intero processo produttivo.

Oltre a recuperare i principi della sicurezza alimentare, è indispensabile sottolineare che la PAC deve avere anche una dimensione etica. Ciò significa adottare un comportamento "morale" nei confronti dei soggetti più deboli del circuito agro-alimentare mondiale - in particolar modo i paesi in via di sviluppo (PVS) - che rischiano di addossarsi tutti i costi della globalizzazione. Nei confronti dei PVS e dei paesi meno avanzati occorre garantire il miglioramento dell'accesso al mercato, valorizzando un commercio che sia equo e solidale, in quanto coerente a valori ambientali, sociali, umani e relativi al benessere degli animali.

La nuova PAC deve colmare le attuali carenze in materia di informazione, di formazione e di ricerca. Deve essere resa comprensibile agli utenti ed al consumatore. Quindi, deve essere improntata alla massima semplificazione, sburocratizzata e controllabile secondo principi di trasparenza, efficienza ed efficacia.

3. Il terzo pilastro

Tradizionalmente, la PAC si è poggiata su un unico pilastro: quello delle politiche di mercato, mentre solo di recente si è aggiunto quello dello sviluppo rurale - è ormai necessario affiancare un terzo pilastro, quello della sicurezza degli alimenti, della qualità e della tutela dell'ambiente.

Nella nuova PAC, che sia veramente conforme al modello agricolo europeo, le misure di sostegno al settore agricolo non dovranno più essere erogate in modo incondizionato, ma viceversa dovranno essere vincolate al perseguimento degli obiettivi della sicurezza degli alimenti, della qualità e della tutela dell'ambiente. Ciò significa operare una netta distinzione tra l'attività agricola di chi persegue unicamente i volumi produttivi e il comportamento, invece improntato a responsabilità e rispetto, di chi produce realizzando un profitto adeguato, con l'obiettivo della qualità e della sicurezza della salute umana e del benessere degli animali.

Non più di 50% al 1° pilastro e disaccoppiamento degli aiuti

L'attuazione di tale distinzione comporta una riforma radicale dell'attuale PAC in termini di erogazione del sostegno interno. Al primo pilastro che sostiene le aziende vocate alla quantità e non alla qualità, non dovrà essere destinato più del 50% del budget agricolo e si dovrà prevedere una progressiva ulteriore riduzione, in modo da favorire la destinazione di adeguate risorse, volte a premiare i comportamenti virtuosi e rispettosi del modello agricolo europeo (diversità, qualità, sicurezza). Inoltre, il sostegno diretto al reddito degli agricoltori e non alle quantità prodotte, consentirà quel disaccoppiamento degli aiuti, verso cui l'Unione Europea si è impegnata.

Le nuove regole devono disciplinare non solo la fase del sostegno interno, ma anche quella dell'accesso al mercato. In tale contesto, il nuovo negoziato multilaterale del WTO, rappresenta la sede opportuna per rinegoziare le tariffe in funzione di un circuito virtuoso di un commercio equo e solidale che racchiude le "buone pratiche" ambientali, sociali e del benessere degli animali. Questa politica va praticata a garanzia di uno sviluppo più sostenibile nei PVS, che eviterà anche una concorrenza sleale con gli agricoltori europei basata su pratiche ambientali e sociali vietate nell'Unione Europea.

Per molte Organizzazioni Comuni di Mercato (OCM), che ancora oggi sono imperniate sul regime dei prezzi di intervento, si impone una graduale riforma che tenga conto dell'obiettivo di diminuire il sostegno alle produzioni indifferenziate per sostenere chi fa qualità.
Lo stesso accesso al regime dell'intervento pubblico va disciplinato per evitare che esso possa costituire un'alternativa al mercato a vantaggio non del produttore agricolo ma degli operatori commerciali. In buona sostanza, l'intervento pubblico comunitario deve avere come unico destinatario il produttore agricolo.

Più in dettaglio, per quanto riguarda le singole OCM, va in primo luogo menzionato il settore delle carni bovine. Tra gli aspetti più urgenti, va sottolineato come vadano aboliti i diritti individuali per le vacche nutrici e non debbano essere introdotti dei diritti individuali per i premi ai bovini maschi. Tali diritti, infatti, congelano la struttura produttiva, salvaguardano la zootecnia intensiva ed impediscono lo sviluppo delle produzioni biologiche, di qualità e tradizionali per la difficoltà che queste incontrano ad acquisire i diritti.

Viceversa, l'erogazione dei premi dovrà essere condizionata parzialmente alla produzione di beni di qualità, le IGP e le DOP, e alle produzioni tipiche tradizionali. Va inoltre introdotta in maniera esplicita all'interno dell'OCM la possibilità di condizionare parte dei premi alle produzioni biologiche, affinchè queste possano svilupparsi adeguatamente, recuperando il ritardo con il quale finora nel settore zootecnico si è fatta strada la riconversione. Infine, l'erogazione dei premi dovrebbe essere parzialmente condizionata anche alla garanzia del rispetto, da parte degli allevatori, di standard minimi di benessere degli animali.

Nell'ambito dell'OCM carni bovine, deve essere inoltre modificata la definizione di allevamento estensivo in base alla quale vengono erogati i premi, fondata oggi sul semplice carico di bestiame per ettaro a pascolo, per utilizzare parametri che individuino invece le effettive capacità nutrizionali delle aziende in termini di fabbisogno proteico. 
Per quanto riguarda l'OCM dei seminativi, è indispensabile che venga consentita la coltivazione di proteine vegetali sui terreni posti a riposo (set-aside). Ciò consentirebbe di aumentare la disponibilità di proteine di origine vegetale che potrebbero così essere utilizzate nell'alimentazione animale. Il maggior fabbisogno di proteine vegetali potrebbe essere ottenuto senza prevedere un aiuto supplementare, ma condizionando l'erogazione del pagamento attualmente concesso per la messa a riposo dei terreni.

Nell'OCM del riso la riforma dovrebbe articolarsi in tre punti cardine: l'istituzione di un regime di premi, la cui erogazione sarebbe condizionata alla rigenerazione ambientale dei terreni destinati alla coltivazione del riso; l'introduzione di un incentivo per i produttori di riso biologico e/o certificato (es. IGP); la semplificazione del regime dell'intervento e l'eliminazione di quei meccanismi che spingono oggi il produttore a conferire ai magazzini di intervento comunitario piuttosto che a vendere il prodotto sul mercato.

Per quanto riguarda l'OCM del settore lattiero caseario, è indispensabile una progressiva eliminazione del regime delle quote ed una ulteriore riduzione dei sostegni per il burro ed il latte scremato in polvere, se questi favoriscono una produzione quantitativa e non qualitativa. Viceversa, nei confronti del latte destinato all'ottenimento di prodotti di qualità, nel rispetto di precisi disciplinari che legano il prodotto finale al territorio, è necessario prevedere apposite deroghe durante tutto il periodo transitorio che alla fine porterà all'auspicato smantellamento delle quote.

Analoghe deroghe vanno previste nei confronti dei produttori di latte che siano ubicati in zone montane e svantaggiate, che operino in un contesto di agricoltura biologica, nel rispetto della qualità, della sicurezza degli alimenti e del benessere degli animali e che tenga conto anche dell'impiego di giovani.

Circa l'OCM ovino-caprino occorre valorizzare la naturalità della produzione, ossia il latte e la lana e tener conto della sua importanza per il mantenimento del territorio.

Circa l'OCM della carne suina e della carne di pollame occorre avere riguardo al benessere degli animali e premiare i comportamenti finalizzati alla qualità e alla sicurezza degli alimenti.

Per quanto riguarda la riforma dell'OCM dell'olio di oliva, questa dovrà ispirarsi al principio della responsabilità degli attori della filiera e della rintracciabilità dei prodotti. In tale prospettiva, è indispensabile che l'origine dell'olio di oliva venga collegata al luogo di raccolta delle olive e non solo a quello della trasformazione. Sempre in conformità del principio della responsabilità e della rintracciabilità dei prodotti, occorre riconoscere un ruolo a tutti gli attori della filiera, dalle associazioni dei produttori, ai frantoiani ed agli operatori del commercio e della distribuzione. L'attuale OCM, che impone obblighi ed adempimenti a carico della filiera, senza riconoscerne il diritto ai benefici, va necessariamente modificata a fini di semplificazione e di equità. La riforma dovrà inoltre premiare le produzioni di qualità introducendo misure che mettano fine alla concorrenza sleale ed ai comportamenti fraudolenti.

L'OCM del settore vitivinicolo ha formato oggetto di recente riforma nel quadro di Agenda 2000. Le misure finalizzate alla riconversione e ristrutturazione dei vigneti non possono essere condizionate da norme rigide che non tengono conto delle diverse specificità territoriali e della necessità dei produttori di operare in un regime di certezza. Occorre pertanto garantire agli Stati membri risorse sicure sulle quali avviare una seria programmazione.

L'OCM zucchero è in corso di approvazione.

Il settore dei fiori merita un'adeguata OCM che tenga conto della necessità di introdurre un sistema di protezione comunitario nei confronti della concorrenza dei paesi terzi, che per la maggior parte opera senza rispettare i minimi parametri ambientali e sociali. Occorre altresì considerare gli elevati oneri energetici a carico dei produttori e quindi introdurre misure compensative.

Relativamente all'OCM del tabacco, occorre coniugare misure che possano rispondere sia alle esigenze di reddito dei produttori, sia alle esigenze di protezione della salute umana. Occorre pertanto avviare un graduale processo di riconversione che possa valorizzare le varietà qualitativamente più elevate, anche avviando iniziative di produzione biologica, e consentire, a chi lo voglia, nuove ed alternative forme di reddito.

L'OCM dell'ortofrutta è stato di recente oggetto di una vasta riforma, ma è necessario avere riguardo al settore nel suo complesso per valorizzare il ruolo fondamentale che le aziende ortofrutticole svolgono anche nelle regioni svantaggiate dell'UE, assolvendo una funzione importante per la salvaguardia del territorio, rappresentando un argine al processo di degrado e di desertificazione che si va manifestando in molte aree meridionali dell'UE. È il caso ad esempio della frutta a guscio, che si trova attualmente a competere con la concorrenza dei paesi terzi, senza beneficiare di adeguate misure di sostegno a livello comunitario. Vanno previste azioni specifiche per promuovere il valore della dieta mediterranea e il consumo di frutta e verdura, attraverso campagne di educazione alimentare che insistano sulle indicazioni nutrizionali delle autorità sanitarie mondiali.

Le diverse OCM beneficiano oggi di risorse dal FEOGA Garanzia in assoluta carenza di parametri ispirati all'equità ed alla specificità delle diverse situazioni tra le aziende agricole. Si impone un riequilibrio delle risorse che tenga conto dei parametri occupazionali e della agibilità o meno del territorio, al fine di premiare l'agricoltura rappresentata dalla reale presenza di risorse umane in termini di Unità di Lavoro per ettaro (ULA).

Ulteriore parametro al fine del riequilibrio delle risorse è la collocazione delle aziende in ambiti ben delineati quali l'agricoltura biologica, quella disciplinata da DOP e IGP e quella che attua la multifunzionalità.

Accanto ai singoli interventi sulle OCM è indispensabile potenziare le misure orizzontali, prima tra tutte la ricerca in campo agricolo; vanno aumentate le risorse destinate alla ricerca e queste devono essere riorientate verso i settori che oggi appaiono più delicati sotto il profilo della salubrità degli alimenti e, più in generale, della salute pubblica, anche perché gli investimenti in queste linee di ricerca costituiscono un'efficace strategia di prevenzione delle crisi sanitarie. Un ammontare progressivo di risorse dovrà essere destinato all'informazione ed alla formazione degli operatori nonché all'educazione alimentare, anche nelle scuole.

Infine, è importante che l'UE presti grande attenzione nell'ambito dei negoziati WTO ai non trade concerns, quali aspetti fondamentali di una nuova politica agricola basata sul rispetto della qualità, della tutela delle denominazioni di origine e delle indicazioni geografiche, della salvaguardia del territorio e dell'ambiente, della sicurezza degli alimenti e del rispetto dei lavoratori agricoli. In particolare, la sicurezza degli alimenti va vista in stretta connessione al principio di precauzione che va opportunamente rafforzato in sede multilaterale, al fine mettere gli Stati membri nella condizione di poter scegliere liberamente di produrre senza Organismi Geneticamente Modificati (OGM) e comunque di conoscere sempre con esattezza, se semi, mangimi e alimenti siano o meno geneticamente modificati. Ovviamente, la posizione comunitaria al tal riguardo va opportunamente adeguata tramite l'adozione di disposizioni regolamentari sui Novel Feed, per richiedere l'etichettatura dei mangimi contenenti OGM.

Verdi Camera