Economia della permanenza

"L'American way of life porta direttamente a conflitti internazionali su tutta la linea, il cui interesse ultimo è finanziario. La nonviolenta "non collaborazione" nel campo economico significherà un boicottaggio delle transazioni con l'offensore. Se applichiamo questo principio, tutte le nazioni dovranno smettere di commerciare in beni americani e puntare all'autosufficienza. Gli Stati Uniti saranno costretti a cambiare linea. Invece, una minaccia armata nei loro confronti avrà come unico risultato una produzione più rapida di armamenti, un'opportunità in più per i mercanti di morte… Non dobbiamo sentirci impotenti nei confronti dei grandi della Terra". 

Chi l'ha detto? Non un noglobal europeo, né un movimento per lo sganciamento dal modello statunitense, né un politico di questo o quel pianeta.

L'idea ha 50 anni giusti. La pronunciò a una conferenza per la pace l'economista gandhiano J. C. Kumarappa (una serie di saggi la riportarono in J. C. Kumarappa, The nonviolent economy and world peace, Wardha, 1955). 
Né fu questa l'unica sua intuizione e costruzione che conservi attualità. 
Anche se, come si conviene a un vero gandhiano, e a differenza dei politici e anche di molti movimentisti di oggi, egli predicava quel che praticava, e usava il cervello quanto le mani, rispettoso di un dimenticato principio che egli prese da Gandhi e che Gandhi imparò (a distanza) da Lev Tolstoi: il bread labour o fatica per il pane, nel senso che ciascuno dovrebbe produrre almeno una parte di quanto consuma (e che deve essere solo il necessario di quanto serve per vivere), così da evitare a) la dipendenza e b) lo sfruttamento della fatica altrui.
Il bread labour, concetto base nelle interpretazioni dell'economia nonviolenta o gandhiana, si aggiunge ad alcuni altri: swadeshi (o autosufficienza nazionale e regionale, da non considerarsi come autarchia ma piuttosto come sganciamento, necessario per un vero autogoverno dei villaggi e delle comunità); aparigraha o non possesso (che appare incompatibile con il capitalismo…); la trusteeship o amministrazione fiduciaria (legata al concetto precedente) ovvero la volontà di usare per gli altri e non per fini personali i "doni" che si hanno (come si sa, i capitalisti indiani diedero a quest'idea un'interpretazione loro conveniente: si tennero quel che avevano, mentre i comunisti chiedevano l'esproprio); ahimsa o nonviolenza, il cui contenuto economico è da intendersi come 'non sfruttamento' (anche degli altri esseri viventi e della natura); eguaglianza, non solo di opportunità di accesso al necessario e di ripar tizione delle risorse (rimane la differenza nei doni "naturali", non approfondita, che condurrebbe o a quote di ingiustizia oppure al tentativo 'a ciascuno secondo il bisogno' di raddrizzare gli handicap di partenza…). L'idea economica di Gandhi e Kumarappa è approfondita in R. Diwan e M. Lutz, Essays in Gandhian Economics, Gandhi Peace Foundation, New Delhi 1985; un recente saggio di Romesh Diwan dovrebbe essere presto tradotto e pubblicato in Italia a cura del Centro Sereno Regis di Torino. L'economia, per Kumarappa e Gandhi, era la scienza del benessere umano per tutti: sarvodaya,
benessere per tutti. "Nel mondo c'è abbastanza per soddisfare il bisogno di tutti, ma non abbastanza per soddisfare l'ingordigia e i privilegi di alcuni".
Facciamo un passo indietro, a quando anche Mister Kumarappa era un privilegiato. Prima di incontrare Gandhi, Joseph Cornelius Kumarappa, nato nel 1892 e morto nel 1960, era stato un esperto revisore dei conti, i cui studi a Londra gli avevano procurato un'ottima paga a Bom bay; vestiva all'occidentale, con la cravatta, e lavorava con gli inglesi. Ma nel 1927 si recò negli Stati Uniti per ulteriori studi e, per qualche strana alchimia, quando tornò non ebbe più voglia di continuare come prima. Qualcosa di più vitale lo spingeva ormai, e finalmente nel 1929 egli fu pronto a "consegnare se stesso" (come disse più tardi) al mahatma Gandhi che in quel periodo viveva nel Sabarmati Ashram. L'incontro rimane ricco di simboli: Mister Kumarappa, ancora in cravatta, aspetta Gandhi seduto vicino a un piccolo specchio di acqua. 
Dopo un po' si accorge che un altro uomo, magro e vestito solo di un pezzo di stoffa tessuta a mano, siede poco lontano. Ma non sa chi è, finché quello non lo "riconosce".
Non ci vorrà molto e Kumarappa lascerà abiti occidentali e stipendio da privilegiato; si trasferirà nelle case collettive (ashram) e dedicherà le sue energie mentali e manuali allo sviluppo economico dei villaggi, conducendo una vita semplice e frugale. Cercò, a partire dalla realtà locale (ma non solo), di contribuire alla costruzione di quell'India "dal grande pensiero e dalla semplice vita" che Gandhi sognava. Non ci riuscirono, ma hanno ancora molto da insegnare: In Economy of permanence (Wardha, 1945), Kumarappa illustra la sua economia della permanenza, che si potrebbe "tradurre" (e aggiornare) con una gestione delle risorse e dei rapporti sociali basata sulla sostenibilità, sulla giustizia sociale e sul decentramento, fino al livello del villaggio: quei 600mila villaggi che dovevano essere l'ossatura della democrazia indiana.

Kumarappa appartenne alla categoria dei cosiddetti gandhiani socialisti. Sosteneva un modello di economia decentrata, anticapitalista. Organizzò diverse unioni di lavoratori e artigiani. La sua idea di organizzazione economica si può sintetizzare così: autogestione a livello di villaggio di piccole realtà produttive, agricole e artigiane, in cui il lavoro aveva la prevalenza sul capitale e in cui gli strumenti produttivi dovevano togliere fatica ma non espellere manodopera (certo, un binomio difficile da coniugare). Ma a differenza di alcuni gandhiani superficiali, Kumarappa era cosciente della necessità di un'organizzazione socioeconomica che andasse oltre i villaggi. Non si possono produrre e gestire localmente le ferrovie e le poste, per esempio. Così, per questo genere di servizi, così come per le industrie di base, Kumarappa proponeva la proprietà statale: "Sono consapevole che ci sarannomalversazioni e diseconomie, ma se si lasciano questi settori ai grandi privati, che fondano la loro attività sulla ricerca di profitto, l'uso delle risorse per fini privati anziché pubblici sarà ancora più sicuro". Come dargli tuttora torto?
Nelle sue varie opere, Kumarappa affrontava anche temi più teorici e internazionali, dall'abbandono del valore d'uso per il valore di scambio alla la mercificazione del lavoro, dalla finanza fonte di povertà dei popoli se lasciata nelle mani di singoli individui e paesi, a strumenti economici per costruire la pace.
Parla con ammirazione di Kumarappa un altro illustre sconosciuto, S. Jagannathan che forse è l'ultimo dei gandhiani veri, tuttora in pista a 90 anni, per il sogno di gram swaraj o repubblica dei villaggi e per i diritti dei poveri, contro le multinazionali, il profitto e il cattivo governo indiano. Racconta
Jagannathan nella sua biografia (Terra gamberi contadini eroi, di Laura Coppo, Emi 2002): "Kumarappa organizzò molte piccole industrie locali; ideò e costruì egli stesso mulini, macchine tessili e per la carta...; uomo gentile e di grande intelligenza, aderì convinto al movimento bhoodan per la sua portata anticapitalista. Poi se ne ritrasse disilluso…Il movimento di Vinoba era divino e filosofico, ma io e Kumarappa volevamo vedere le condizioni dei contadini migliorare subito...
Se Vinoba avesse dato a Kumarappa il lavoro di assegnazione delle terre e di sviluppo agricolo…ma non lo fece; diversamente da Gandhi che gli aveva assegnato grandissima fiducia e spazio". Fu un male per il movimento postGandhi, che via via declinò. Molta terra formalmente ottenuta non fu mai distribuita e intanto il governo nazionale "stava diventando sempre più capitalista. Kumarappa morì a Gandhigram (un'università rurale con annessa casa "dei lavoratori", ndr), con il cuore a pezzi per questa svolta, per questa imitazione dell'economia americana". Il cerchio si chiude così.


BREAD LABOUR,
LA FATICA PER IL PANE
J. C. Kumarappa, economista gandhiano della permanenza
dicembre 2002
di Marinella Correggia 

tratto da http://www.ecologiapolitica.it/liberazione/200211/articoli/memoria.pdf