BASTA CON L'AGRICOLTURA DI RAPINA E DI PROFITTO
DIRITTO ALLA SOVRANITÀ ALIMENTARE
SOLIDARIETA' FRA GLI SFRUTTATI DEL NORD E DEL SUD
Contro le politiche neoliberiste e la guerra permanente partecipiamo alle giornate di lotta politica del
Forum Sociale Europeo a Firenze dal 6 al 10 novembre 2002
NELL'AMBITO DEL FORUM È PREVISTA UN AREA TEMATICA SULLA SOVRANITÀ ALIMENTARE
Foro Contadino Altragricoltura
Coordinamento umbro
Fra i temi proposti ad Equochocolate sono emersi con forza tutti quelli che riguardano l'agricoltura non solo fra paesi produttori di materie prime verso i paesi più ricchi ma i problemi della gestione agricola e di come i piccoli agricoltori siano espropriati dalle scelte sia del cosa coltivare che del come, allo stesso tempo non viene garantita la collocazione sul mercato ad un prezzo giusto dei prodotti agricoli. Il lavoratore agricolo è diventato un lavoratore usa e getta: sia per la mancanza di rispetto per la sua salute e la sua esistenza sia perché sempre più precario ed immigrato.
E' diventato inutile il patrimonio di conoscenza che l'agricoltore aveva nei confronti del proprio ambiente e delle specie e varietà locali tradizionalmente coltivate. La scelta delle colture di anno in anno è soggetta alle scelte della politica comunitaria che premiano o disincentivano di volta in volta una coltura piuttosto che un'altra, colture non alimentari piuttosto che alimentari e la non coltivazione rispetto alla messa in coltura.
Ulteriore cambiamento nelle aziende agricole è la separazione, oramai completa, delle colture dall'allevamento di bestiame che comporta evidenti squilibri nel territorio non ultimo la gestione dei liquami tipica della suinicoltura umbra.
Le quote latte sono un esempio di come i limiti di produzione non abbiano nulla a che fare con le effettive potenzialità di un territorio, ma dipendano dal peso politico economico dei singoli stati nelle trattative.
Le strategie della Rivoluzione Verde nella seconda metà del novecento che doveva risolvere i problemi della fame nel mondo, avevano alla base l'utilizzo di sementi migliorate, lavorazioni profonde del terreno, concimazione soprattutto azotata usando prodotti di sintesi, eliminazione di qualsiasi competizione in campo e quindi uso massiccio di insetticidi, anticrittogamici ed erbicidi. E' iniziato in quegli anni un inseguimento senza fine tra aumento della resistenza dei patogeni, insetti e malerbe e ricerca di mezzi di lotta chimici più potenti. Nello stesso tempo le varietà di nuova selezione ad alta produzione, uniformi e stabili geneticamente, richiedono un sempre maggiore utilizzo di input esterni, dai concimi alle irrigazioni, e possono essere prodotte solamente su grande scala. L'agricoltore si può approvvigionare di semi migliorati solo dall'industria sementiera che ha aumentato il suo potere prima brevettando le nuove varietà e poi appropriandosi delle risorse naturali e brevettando anche queste. Infine secondo la legislazione attuale è commerciabile soltanto la semente certificata. E' paradossale che gli agricoltori non possano riutilizzare il seme prodotto nei loro campi rompendo quella serie di scambi che tradizionalmente erano alla base della rete sociale tra contadini.
La necessità di acquistare prodotti esterni alla azienda ha reso gli agricoltori più dipendenti dal sistema di credito finanziario; nello stesso tempo trattamenti e meccanizzazione hanno portato ad una maggiore uniformità delle coltivazioni diminuendo la diversità sia vegetale che animale. Sono sparite le tradizionali associazioni tra colture (come ad esempio i cereali nell'oliveto e le foraggere nei vigneti) rendendo il sistema più fragile, meno autosufficiente, e sono diventati marginali i terreni non di pianura con conseguenze di spopolamento delle aree di alta collina e montagna.
Questo enorme cambiamento che ha riguardato con diversa intensità tutte le agricolture del mondo, ha avuto conseguenze devastanti di impatto ambientale e sulla sicurezza agroalimentare ed ha determinato la scomparsa di economie di sussistenza senza migliorare comunque le condizioni materiali di vita di coloro che hanno subito questi processi.
La fusione delle grandi industrie produttrici di fitofarmaci con quelle sementiere ha generato enormi compagnie transnazionali e multinazionali che controllano l'intera produzione mondiale agricola e sono in grado di indirizzare le scelte politiche dei governi e i rapporti commerciali internazionali attraverso meccanismi che sono loro diretta emanazione come l'OMC. Il passo successivo è l'unificazione tra questi colossi e l'industria di trasformazione e commercializzazione. Non è un caso che oggi le stesse industrie che producevano fitofarmaci propongano come soluzione ai rischi ambientali dell'agricoltura intensiva gli OGM. Gli organismi geneticamente modificati rappresentano una opportunità di enormi profitti in tempi più brevi, prodotti mirati a singoli problemi e quindi un infinita gamma di "prodotti vegetali" da vendere, e un enorme strumento di controllo su tutto il sistema agricolo e alimentare.
Serve veramente continuare a produrre di più, e soprattutto con questi mezzi?
Già oggi abbiamo eccedenze di produzione in molti settori, ma l'incremento della resa per unità di superficie continua ad essere considerato un obbiettivo primario nella cultura agronomica accademica. Anche la ricerca pubblica non mette in discussione questo sistema, anzi non ha remore ad accettare finanziamenti da industrie private come Monsanto e Nestlé per sperimentazioni su commissione. La responsabilità di scelte fallimentari o dannose consigliate nel passato non induce neanche alla più elementare prudenza per le scelte future. Si trova sempre qualcuno che si definisce scienziato disposto a sostenere, in buona o mala fede, le ragioni del potere.
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