DOCUMENTI DEL COMITATO SCIENTIFICO

 
argomento: POR e PSR  

autore: Fabrizio Pompei

 

Sviluppo rurale un appuntamento mancato

Con il dibattito sullo sviluppo rurale, la politica agricola si è posta il problema della tutela e valorizzazione del territorio rurale in cui, nella maggior par l’te dei casi, l'attività agricola, largamente prevalente, da sola non riesce a garantire uno sviluppo socio-economico tale da far crescere e consolidare i livelli di occupazione e di reddito e, in generale, a migliorare le condizioni di vita delle popolazioni locali. 

Lo sviluppo rurale diventa quindi una necessità basata sia sull’integrazione e la sinergia tra diverse attività produttive (agricoltura, turismo, artigianato, manifatturiero, agroalimentare, ecc.) e diverse tipologie di servizi (assistenza tecnica, formazione, infrastrutture …), sia su un innovativo  riconoscimento del ruolo strategico di governo del territorio dell’attività agricola, che va ben oltre il mercato.

Si evidenzia così la consapevolezza che la PAC, con i sostegni al reddito e la regolamentazione dei mercati  non è in grado di assicurare il mantenimento e lo sviluppo delle zone rurali che, con l’UE a 25, mantengono un peso significativo, restando oltre l’80% dell’intera superficie dell’Unione.

Nonostante questa riflessione sia avvenuta ormai molto tempo fa (novembre 96), nonostante “Agenda 2000” abbia diviso la PAC in due pilastri: la Politica dei Mercati (OCM), e la Politica di Sviluppo Rurale, nonostante si siano inseriti i nuovi concetti di plurifunzionalità e plurisettorialità, per dare all’agricoltura un ruolo polivalente, al di là della semplice produzione di derrate alimentari, in questi primi anni di PSR, allo sviluppo rurale sono andati poco più dell’11% dei finanziamenti della PAC.

Il prossimo futuro, anche alla luce del recente scontro tra i capi di governo dell’UE sulla contrazione dei soldi destinati all’agricoltura e le premesse della guida inglese del semestre, sembra non dare adito a prospettive particolarmente radiose, soprattutto se non si avvia un chiarimento, sull'obbiettivo per cui destinare le risorse.

Anche il solo 11% di per se, non è cifra disprezzabile e poteva, comunque, dare risultati molto più significativi, se l’applicazione dei PSR non fosse stata interpretata come politica delle strutture agricole, piuttosto che misure per lo sviluppo rurale complessivo. L’assenza di un dibattito ed una conseguente proposta politica di definizione di un modello di sviluppo rurale, ha portato a bandi rivolti più alla conquista del consenso politico, che verso un miglioramento delle condizioni di vita degli agricoltori nelle zone rurali. In sintesi, la politica delle strutture agricole non è mai riuscita a coincidere con una politica di sostegno alla plurifunzionalità – plurisettorialità, per crearne un felice binomio, piuttosto che un dualismo di scelte. L’ulteriore conferma che il compromesso tra chi voleva un cambiamento di rotta e chi invece, il mantenimento dello “status quo”, ha visto soccombere nettamente i primi.

A conferma di ciò basta una breve analisi di come sono state gestite le misure agroambientali in Italia, per verificare come queste non siano quasi mai risultate scelte di indirizzo ma sostegno al reddito e, nel caso dell’agricoltura convenzionale, anche senza giustificazione, perché con scarso se non addirittura, nullo, ritorno ambientale.

In Umbria non è facile dimenticare i soldi delle misure agroambientali andati a sostenere, come detto, senza alcun ritorno ambientale credibile, il tabacco, coltura già abbondantemente sostenuta dalla PAC; la scelta di dare lo stesso premio all’impegno alla conversione al biologico e ad aziende convenzionali ipoteticamente impegnate in una riduzione dei concimi che, non solo non c’è mai stata ma non lasciato alcun indirizzo di cambiamento o le recenti misure su un’agricoltura definita integrata che si premia senza l’impegno a regole qualificanti e stringenti, capaci cioè, di indirizzare verso un modello agricolo.

ü                                      Le conseguenze

Il ritardo con cui si affronta il ragionamento sul modello di sviluppo rurale necessario per le nostre campagne, ha portato ad una riforma di medio termine della PAC assolutamente deludente, peggiorata nella sua applicazione dalla discutibile scelta del disaccoppiamento totale, fatta dalle Regioni per garantirsi l’oggi, senza capacità di previsione delle ricadute e progettazione del futuro. Peggiorata poi, dalla sconcertante pochezza della scelta ministeriale sull’articolo 69, che avrebbe dovuto sostenere la qualità e appiattita dalla inconsistenza dei criteri di condizionalità per l’accesso ai premi.

In questo scenario, elencare la mancanza di attenzione e le penalizzazioni subite dall’agricoltura biologica è del tutto superfluo, anche perché a questi risultati dobbiamo aggiungere: la speranza delusa, che la coincidenza del semestre italiano alla guida dell’UE, con la stesura del Piano d’azione Europeo per l’agricoltura biologica, portasse risultati concreti per il settore che l’Italia può vantare come il primo in Europa, per superficie e numero di operatori; così come gli attesi interventi con la Legge delega e sulla definizione del Piano di Azione Italiano per l’agricoltura biologica, si sono risolti in fallimenti totali con misure vuote e prive di risorse minimamente sufficienti. 

Dopo un decennio di crescita esplosiva sia di operatori che di superfici investite, tanto da spingere il Ministro Alemanno, poco dopo il suo insediamento, a indicare per il biologico l’obbiettivo del 15% in pochi anni, nell’ultimo periodo, stiamo assistendo ad un calo significativo del numero di aziende. Un calo di operatori agricoli a cui non corrisponde un calo equivalente di superficie, che indica, anche, un cambio di tipologia aziendale che opera nel biologico. Il calo così significativo avviene però, in un momento in cui la domanda interna di prodotti biologici, finalmente è cresciuta (nell’ultimo periodo si registra però una nuova contrazione dovuta alla difficile situazione economica delle famiglie ma si triplica la richiesta della ristorazione collettiva) e, infatti, crescono come incidenza percentuale sugli operatori, anche: preparatori, trasformatori e soprattutto importatori.

E’ proprio l’importazione da paesi terzi il nuovo fenomeno del biologico italiano. L’importazione diretta cresce infatti del 18% solo nel 2003, a questa si deve aggiungere quella indiretta, non quantificata e difficilmente quantificabile, perché  “ripulita” nelle triangolazioni con altri paesi dell’Unione Europea, che fa diventare, di fatto, comunitario il prodotto importato da paesi non dell’UE.    

I numeri con cui facciamo i conti oggi, non solo indicano che la riforma non ha comportato una svolta positiva ma esplicitano in modo inequivocabile, che la mancanza di coraggio, l’incapacità di individuare un modello di sviluppo rurale, la supina accettazione della globalizzazione selvaggia, l’inerzia verso aumenti indiscriminati dei costi di produzione, che mettono in seria discussione anche la realizzazione delle decantate produzioni tipiche, sta espellendo dal mercato le piccole aziende che sono parte fondamentale del tessuto rurale e sta velocemente mettendo in discussione la sopravvivenza dell’intero comparto produttivo.

La speranza che il ruolo strategico assunto dalle Regioni per la gestione delle risorse, comportasse l’auspicato sviluppo dal basso è stata presto vanificata, perché la discussione sull’attuazione dei PSR è stata racchiusa all’interno di ristretti tavoli, che hanno negato la partecipazione attiva della comunità locale e, nel nostro caso, la possibilità di rappresentare l’agricoltura biologica come possibile modello di sviluppo rurale. Anzi si può dire senza rischio di smentite, che il centralismo delle Regioni si è rivelato molto più forte e chiuso, del tanto vituperato centralismo dello Stato.

L’allargamento del dibattito a tutta la società civile e la partecipazione attiva delle comunità rurali, è la sfida che ci deve vedere protagonisti già dalle prime discussioni sul rinnovo dei PSR per il 2007-2013, perché “la PAC ci riguarda” e perché è indispensabile una riqualificazione delle risorse.

ü      Qualificare le risorse

La riforma di medio termine della PAC, nella fase preparatoria di confronto, aveva fatto sperare tra  le altre cose, in maggiori investimenti per lo sviluppo rurale. Nel contesto attuale dei negoziati finanziari dell’UE per il periodo 2007-2013, è chiaro che ogni riduzione del budget globale dell’UE avrà come conseguenza la diminuzione dei fondi destinati allo sviluppo rurale. La promessa di dare più importanza agli obiettivi sociali, ambientali e di mantenimento del territorio non potrà quindi essere realizzata se non ci sarà uno sforzo concreto per qualificare e indirizzare le risorse.

Diventa quindi indispensabile la definizione del modello di sviluppo rurale, l’affermazione del ruolo e dei compiti dell’azienda agricola per non rinunciare alla presenza diffusa delle aziende agricole sul territorio e conseguentemente a produzioni territoriali.

Il rinnovo dei PSR e la ricontrattazione della destinazione dei fondi per la qualità (art. 69), sono l’occasione per ragionare sulla riqualificazione delle risorse da destinare alle politiche di sostegno per l’agricoltura biologica, quale modello di sviluppo rurale, fino ad oggi sopravvissuto in totale assenza di interventi strutturali e, come detto, fortemente penalizzato dall’applicazione della riforma di medio termine della PAC e dall’attuazione dei PSR.

Abbiamo chiarissimo che è una riflessione che si sviluppa in un contesto economico decisamente non esaltante a cui non è estraneo il comparto dell’agricoltura biologica che, per la prima volta, si trova a fare i conti con una situazione di crisi specifica, in un contesto di crisi generale dell’agricoltura. Per questo non sono interventi temporanei e parziali che interessano ma una strategia di sviluppo che metta al centro il riconoscimento della sostenibilità ambientale dell’agricoltura, il ruolo di volano che la qualità ambientale e le produzioni tipiche, hanno verso molti altri settori produttivi ed i compiti delle aziende; quindi, i sostegni ed i servizi per svolgere a pieno il ruolo assegnato.

ü      Ricontrattazione dell’articolo 69 della PAC

Questa voce che può utilizzare fino al 10% del massimale nazionale, è di competenza del Ministero e destinata a “... pagamenti per tipi specifici di agricoltura ritenuti importanti per tutelare o valorizzare l’ambiente e per migliorare la qualità e la commercializzazione dei prodotti agricoli”.

Con questo indirizzo, la scelta fatta nel 2005 di destinare i fondi per la qualità a premi per l’uso delle sementi certificate, con il supino assenso delle Regioni, è avvilente per il fallimento dell’obbiettivo e oltremodo punitiva per l’agricoltura biologica che esclusa dalla PAC, penalizzata dal disaccoppiamento totale, contava in un riequilibrio ritenendosi, a ragione, metodo in grado di “tutelare e valorizzare l’ambiente”.

Una scelta risultata tanto inutile quanto offensiva, per un settore, che ha favorito la riqualificazione di produzioni tipiche che si basano in gran parte su ecotipi locali e, in alcuni casi, selezioni familiari, come è per il farro, la lenticchia, la cicerchia, la roveia, la fagiolina del lago, lo zafferano, alcune varietà di frumento e mais, che in biologico e, comunque, nell’ambito della tipicità territoriale, hanno trovato nuove opportunità e occasione di affermazione.

E’ una scelta che il Ministero fa comunque con il consenso della conferenza Stato - Regioni e delle associazioni di categoria e, per questo, la nostra Regione deve premere sul MIPAF e le altre Regioni, perché questi fondi vadano ad incentivare le produzioni biologiche, DOP e IGP.

Lavorando in questo senso, va chiarito e sostanziato nella presentazione all’UE, che questo intervento non può essere esaustivo e tantomeno sovrapponibile alle misure agroambientali, altrimenti al danno subito, si aggiungerebbe la beffa. Deve essere chiaro cioè, che queste risorse sono solo una parte di quelle che devono andare a sostenere il nuovo modello di sviluppo rurale dell’Umbria.

L’agricoltura biologica rientra a pieno titolo nella definizione di “tipi specifici di agricoltura ritenuti importanti per tutelare o valorizzare l’ambiente” per gli obbiettivi intrinseci del metodo e la stessa cosa si può dire per la gran parte delle produzioni tipiche che rientrano nelle DOP e IGP, anche queste regolate da disciplinari e, per questi motivi, è molto più difficile togliergli questi fondi, piuttosto che destinarli. Non va sottovalutato però, che le azioni di miglioramento della qualità, possono essere anche la definizione di disciplinari che caratterizzano le produzioni italiane e, soprattutto, sperimentazione e assistenza tecnica, così come il sostegno alla commercializzazione per la creazione di filiere corte, “dal campo alla tavola”, in grado di remunerare il produttore, presentare i prodotti al consumatore a prezzi vantaggiosi e valorizzare produzione e trasformazione locale. Tutti questi sono interventi di grande interesse per il biologico.

La cifra a disposizione del Ministero, per fare finalmente vera politica di indirizzo verso la qualità, è limitata ma, comunque, non  irrisoria, in quanto per il 2005, dove per l’art. 69 è stato preventivato il 7.1% del massimale, si prevede una spesa di 179,8 milioni di euri, cioè oltre l’88% della spesa media annua erogata in Italia per il Biologico tra il 2000 e il 2004, con le misure agroambientali, che è stata pari a 203.3 milioni di euri.

ü      Il nuovo Piano di Sviluppo Rurale 2007 – 2013

Sono state attuate le linee guida per la formazione dei nuovi PSR. L’accodo raggiunto in Commissione Agricoltura è stato ratificato. O meglio sono state approvati i contenuti ma non il budget. Quindi, pur consapevoli dell’importanza dei PSR, per lo sviluppo rurale della nostra regione,  sappiamo che questa potrebbe essere fortemente ridimensionata aprendo scenari politici ignoti. Per quel che riguarda le linee guida: Secondo le indicazioni dell’Unione Europea le sfide con le quali la Politica di Sviluppo Rurale dovrà confrontarsi  riguardano, in maniera sintetica, i seguenti ambiti:

Ø                   Economico: le zone rurali sono caratterizzate da un reddito inferiore alla media, una popolazione   attiva di età avanzata e una grande dipendenza nei confronti del settore primario.

Ø                   Sociale: una densità demografica già bassa, esaltata dalla tendenza allo spopolamento di alcune zone rurali, impropriamente definite marginali, comporta anche il rischio di un accesso limitato ai servizi di base, di esclusione sociale, soprattutto dei giovani e di offerta occupazionale ridotta.

Ø                  Ambientale: la necessità di assicurare che l’agricoltura e la silvicoltura contribuiscano positivamente allo spazio naturale e all’ambiente, ha come contropartita il rispetto di regole precise ma come presupposto cardine, la presa di coscienza da parte della collettività che lo spopolamento delle campagne e il conseguente degrado idrogeologico ha costi sociali altissimi

Tre sono, secondo la UE, gli obiettivi principali per la politica dello sviluppo rurale che vengono riassunti in tre assi prioritari all’interno dei quali ci sono misure specifiche:

  1. migliorare la competitività del settore agricolo sostenendo la ristrutturazione:
  2. migliorare l’ambiente e lo spazio rurale attraverso un sostegno alla gestione del territorio:
  3. migliorare la qualità di vita nelle zone rurali e promuovere la diversificazione delle attività     economiche tramite le misure che si rivolgono al settore agricolo e ad altri attori rurali:

Con queste premesse e su queste basi, il percorso per arrivare ad una definizione del modello di sviluppo rurale dell’Umbria dovrebbe quindi prevedere:

1.      Scoprire un nuovo metodo per la costruzione dei PSR dal basso

Sarebbe sufficiente trovare scritti tutti i criteri posti nelle nuove misure del PSR, e quindi vederli sostenuti finanziariamente, per farli poi funzionare? La risposta è no, perché l’esperienza passata insegna. Anche Misure “agro-ambientali avevano ottime intenzioni.

Una politica attiva di Sviluppo Rurale non è fatta solo di ri-orientamento del budget finanziario e nuove misure. Soprattutto se l’interpretazione di tali misure avviene lontano e senza il coinvolgimento dal territorio, al chiuso delle stanze degli assessorati, senza una gran parte dei protagonisti.

Le nuove linee giuda che l’UE ha approvato, indicano chiaramente e danno la possibilità, di costruire dal basso i nuovi PSR, tramite l’implementazione di più Piani Locali di Sviluppo Rurale. Il contenuto dell’”Asse Prioritario 3” all’Articolo 49, che descrive le Misure, al “punto D” recita: “misura collegata all'acquisizione delle competenze e all'animazione in vista della preparazione e dell'implementazione di una strategia locale di sviluppo”.  L’articolo 57 descrive questa Misura specificando che il sostegno riguarderà:

“a) studi sul territorio interessato, b) azioni di informazione sul territorio e sulla strategia di sviluppo locale, c) la formazione di personale coinvolto nell'elaborazione ed implementazione di una strategia di sviluppo rurale,…”  Inoltre il memorandum esplicativo, posto all’inizio del documento della commissione,  al Punto 22,  è particolarmente chiaro: “Per l'Asse 3 "sviluppo rurale nel suo insieme", una preferenza viene accordata al metodo di attuazione basato su strategie di sviluppo locale focalizzate sulle entità sotto-regionali, sviluppate sia in collaborazione con le autorità locali, regionali e nazionali o elaborate ed attuate in base all'approccio "dal basso verso l'alto" (bottom up)…”  Questa volta bisogna riconoscere la lungimiranza della Commissione che ha posto lo sviluppo locale come perno centrale per la programmazione dello sviluppo rurale. Sarebbe bene, pertanto, non limitare il periodo 2007-2013 solo ad attività di studio, ma mettere al lavoro, già da ora, le competenze esistenti, per formulare un meccanismo istituzionale incentrato sulla formulazione di PSR locali (senza trascurare ovviamente le cose valide maturate in esperienze simili come le Iniziative LEADER o Agenda 21). Una sorta di esperimento ed “azione pilota”, che possa poi venire studiato e monitorato dalla misura richiamata nell’Art.57.

2.      Definire il modello di sviluppo rurale

Pur indicando chiaramente la necessità di sostegno e indirizzo e l’importanza della sostenibilità ambientale dell’attività agricola, le linee guida dettate da l’UE lasciano un ampio campo d’azione alle Regioni per adeguare gli interventi al proprio modello di sviluppo rurale ed è per questo che è necessario iniziare a discutere proprio di questo, del modello di sviluppo rurale proposto dall’agricoltura biologica, del ruolo dell’attività agricola e dei compiti dell’azienda agricola nelle zone rurali.

Va definito prima di tutto il ruolo che l’azienda agricola svolge sul territorio, il valore economico del governo del territorio, l’azione di volano che questo ha sulle altre attività produttive, il beneficio che la collettività ha nel sostenere un modello di agricoltura capace di realizzare prodotti sani e buoni per chi li mangia e per l’ambiente in cui sono prodotti.

In funzione di questo, vanno poi definite puntualmente le regole da rispettare per svolgere pienamente questi compiti e ottenere il dovuto riconoscimento dalla collettività.

E’ in fondo questo il principio contenuto nei documenti della commissione agricoltura dell’Unione Europea, chiariti soprattutto nella premessa che Fischler fa nel PAE per l’agricoltura biologica, dove indica che la qualità la deve riconoscere e premiare il mercato, mentre l’impegno alla difesa e valorizzazione dell’ambiente e la tutela della salute dei consumatori, devono avere il riconoscimento ed il sostegno della comunità. In sintesi all’agricoltura biologica si riconosce un ruolo fondamentale nella gestione ambientale con l’internalizzazione dei costi che l’agricoltura convenzionale scarica, invece, sulla collettività.  

La definizione di questi presupposti sono anche il modo per qualificare la multifunzionalità, cioè non solo come nuovi compiti dell’azienda agricola, compiti che richiedono contratti con i vari operatori pubblici per la manutenzione fondiaria-ambientale, però non praticabili da tutte le aziende ma principalmente come riconoscimento del ruolo che l’azienda svolge nella tutela, nella gestione del territorio e nella valorizzazione delle risorse, a partire dal metodo di produzione adottato.

Partire dal metodo di produzione, dal beneficio ambientale e sociale di una buona pratica agricola, significa anche dare sostanza e valore all’ecocondizionalità, fino ad oggi banalizzata. Nessuna regola stringente e qualificante per il mantenimento dei titoli acquisiti con la riforma della PAC, così come nel bando regionale per la così detta agricoltura integrata, che si è fermato di fronte all’introduzione di Leguminose negli avvicendamenti colturali.

3.      Coinvolgere e allearsi con i cittadini consumatori

Fino ad oggi le aziende hanno acquisito e, con le prescrizioni di condizionalità praticamente inesistenti e incontrollate, continueranno ad acquisire, i premi PAC, senza che l’azienda debba rispondere con degli impegni alla collettività che la sostiene. Continua a prevalere l’opzione del sostegno non come politica di indirizzo ma come ammortizzatore sociale. E’ questo il vero nodo della critica dei troppi soldi che arrivano all’agricoltura.

Il cittadino tenuto fuori dalle scelte, mal informato e che però, ha come contropartita visibile un aumento incontrollato, speculativo e ingiustificabile dei prezzi al consumo, genericamente attribuito al comparto agricolo, cioè a chi produce, è facile preda di demagogici discorsi che la competitività sul mercato globalizzato è l’unica opzione possibile, senza ragionare sulle conseguenze e i costi sociali.   

L’esempio più calzante viene proprio quello del Regno Unito che oggi annuncia la necessità di decurtare fondi all’agricoltura per destinarli alla ricerca avanzata, come se l’agricoltura non avesse bisogno e fame di ricerca.

L’Inghilterra ha fatto la scelta di abbandonare la sua agricoltura per approvvigionarsi sui mercati mondiali. Questa politica ultra-liberista si è tradotta in una pressione molto forte nei confronti degli agricoltori inglesi. I contadini sono scomparsi o sono entrati in una ricerca di competitività che ha avuto la conseguenza di far correre enormi rischi sanitari a tutti gli europei (mucca pazza, afta epizootica). Oggi Blair si dimentica che queste scelte non sono state assolutamente indolori per i cittadini consumatori, anche dal punto di vista di impegno economico che l’UE ha sostenuto per risarcire gli allevatori e ripristinare la “legalità negli allevamenti”.

Una politica agricola e rurale degna di questo nome deve favorire modelli di produzione rispettosi dell’ambiente, della salute, dell’impiego e della qualità dei prodotti.  Se verrà costruita su queste basi la PAC troverà la legittimità che ora le manca ed alla fine costerà certamente meno per i contribuenti europei.

Un’alimentazione di qualità, la salute dell’ambiente ed un mondo rurale vivo, creatore di impiego, sono questioni che riguardano l’assieme dei cittadini consumatori  e non solo una parte della rappresentanza del mondo agricolo.

I consumatori non possono essere la controparte, l’anello finale della catena commerciale ma gli alleati che indirizzano e condividono le scelte. La politica agricola e rurale deve dunque, rispondere alle esigenze dei consumatori perseguendo obiettivi di qualità e di sostenibilità.

4.      Definire quale competitività per le aziende agricole 

La parola competitività dell’impresa agricola, considerata solo in chiave di costi di produzione, è una condanna a morte per l’agricoltura italiana e di gran parte dell’Europa, che certamente non ha alcuna possibilità di competere con i prezzi del grano dell’Est europeo, del pomodoro cinese, dell’olio tunisino o la frutta argentina, tanto per citare solo alcuni esempi di prodotti cardine della dieta mediterranea.

Come si trasformerebbe il panorama agricolo senza agricoltura, quale tipicità potremmo rivendicare a fare il pane e la pasta con grani esteri e condirla con pomodoro cinese,, aglio spagnolo e olio magrebbino?

C’è da evidenziare poi che le comparazioni sono falsante e fuorvianti perché la nozione di competitività non comprende i costi ambientali e sociali, mentre comprende il sostegno pubblico.

La competitività economica è quella che favorisce lo sviluppo rurale che valorizza la filiera locale e che imputa nel costo di produzione e nel valore del prodotto i costi ambientali sostenuti dall’azienda che rispetta le regole della buona pratica agricola.

L’Umbria è tra le prime Regioni d’Italia per investimento di capitali esteri nelle zone rurali. Cosa hanno comprato e comprano gli stranieri in Umbria se non l’ambiente e il paesaggio unico che l’attività agricola ha costruito e preservato. Quell’attività agricola fatta da tante piccole aziende, rappresentative del panorama agricolo Umbro e italiano, che oggi vengono espulse dal territorio perché non competitive.

Non è un caso poi che gli insediamenti stranieri privilegino grandemente le zone collinari e pedemontane, dove cioè l’agricoltura è stata meno intensiva ed aggressiva verso l’ambiente.

Prendiamo ad esempio uno dei prodotti più tipici dell’agricoltura umbra: l’olio.

L’olio degli oliveti che si arrampicano sulle colline dell’Umbria, certamente non avrà mai costi di produzione competitivi con quello pugliese che, a sua volta, si trovano in difficoltà a competere con quello spagnolo, per altro incalzato da altri paesi extraeuropei.

Quegli oliveti però, non solo danno olio buono, sono parte integrante del panorama della nostra regione, sono un’infrastruttura ecologica insostituibile perché, in molti casi,  hanno il compito di reggere la montagna e di preservare la collettività dai costi che l’abbandono di quelle coltivazioni comporterebbe in termini di frane e smottamenti. Quell’olio è dunque, un olio unico perché da solo risponde al principio della multifunzionalità e dello sviluppo rurale. Se poi è realizzato, come spesso accade, con metodo biologico, acuisce altro valore aggiunto perché è un prodotto sano e buono per chi lo mangia, per l’ambiente in cui è realizzato e per chi coltiva perché riceve il giusto riconoscimento dalla collettività, al suo impegno quotidiano.

5.      Il biologico rappresentato ai tavoli di confronto e ai tavoli verdi

I risultati della riforma di medio termine della PAC, l’applicazione delle misure agroambientali dimostrano in modo inequivocabile che il mondo della produzione biologica è stato escluso e non rappresentato ai tavoli decisionali. La Regione, ha poi certificato il suo disinteresse per il settore, eliminando anche l’unica occasione di “fastidioso confronto”, che era il tavolo consultivo per l’agricoltura biologica istituito dalla LR 39/95. Questo aveva come principio la contemporanea presenza delle associazioni di categoria, del mondo biologico, ambientalista, consumeristico e scientifico. Questa novità non è stata mai sfruttata come tavolo di confronto, e stata, alla fine, convocata una volta l’anno per ratificare atti dovuti della Regione (pubblicazione dell’elenco dei produttori biologici), poi sospesa, utilizzando, come ulteriore sfregio, la protesta del mondo biologico sull’inutilità di tale gestione da parte dell’Assessore e dei Funzionari.

Oggi non è più possibile escludere dal dibattito dello sviluppo rurale la parte di agricoltori maggiormente interessata, così come la società civile. Va rilevato, poi,  che in Umbria la Regione è totalmente carente nel ruolo di Autorità di Controllo istituita dal DL 220/95, in quanto non esiste un ufficio per il biologico e, tantomeno, un funzionario responsabile e competente in materia. Inoltre il disinteresse dell’Umbria per il biologico è ulteriormente rimarcato dall’assenza ormai triennale, dal Gruppo di Lavoro sulla Fertilizzazione in agricoltura biologica del MIPAF, in cui dovrebbe rappresentare con Piemonte e Sicilia, il parere delle Regioni – Autorità di Controllo. 

ü      I criteri su cui confrontarsi per definire il nuovo PSR dell’Umbria

Evidentemente, l’agricoltura biologica non può essere soddisfatta da una politica di sviluppo rurale come correzione degli errori commessi con la riforma della PAC e buona coscienza di una politica che elimina ogni giorno aziende senza essere capace di definire il proprio modello di viluppo rurale. Allo stato attuale la politica di sviluppo rurale non compensa assolutamente gli impatti negativi della politica agricola comune e il biologico che, come detto ne è stato escluso, ha risposto resistendo ma, come per il convenzionale ha visto molte piccole aziende, costrette a sparire.

I criteri da cui partire quindi sono:

   - Riconoscimento al metodo di produzione

Il principio guida deve essere il riconoscimento del ruolo dell’azienda agricola nello sviluppo rurale, quando pratica metodi produttivi che valorizzano le produzioni, il territorio e promuovono la sostenibilità ambientale, quando offre servizi alla collettività garantendo la gestione del territorio.

Il principio guida è che il sostegno non deve andare a chi produce solo merci ma a chi abbina alla produzione, servizi al territorio e alla collettività. A questo principio risponde pienamente il metodo di agricoltura biologica. 

  - Commercializzazione e creazione di filiere locali

Un forte sostegno deve essere dato alla creazione di occasioni di mercato basate sulla valorizzazione delle produzioni locali, capaci di attirare il consumatore per un consumo in loco, diventando così volano di sviluppo e attrazione anche per altri settori quali, in particolare, la ristorazione, la recettività rurale e l’artigianato. Oltre a sostenere l’agricoltura come cardine dello sviluppo rurale perché legata all’ambiente, ai prodotti sani e buoni, alla storia e alla cultura di un territorio va dato un forte sostegno alla commercializzazione privilegiando la filiera corta ed i processi di concentrazione dell’offerta da parte dei produttori. Percorsi locali di filiera corta devono diventare l’elemento portante della commercializzazione dei prodotti realizzati all’interno dei parchi utilizzando come volano  il marchio del parco stesso, confermando l’idea della produzione locale come punto di forza dell’ sviluppo delle aree rurali.

  - La multifunzionalità

Incentivare e premiare quelle realtà capaci di valorizzare la multifunzionalità offrendo servizi di educazione ambientale, ricreativi e di tutela ambientale, legata al mantenimento della biodiversità ed alla gestione del territorio

  - Occupazione e premio all’impegno diretto

Promuovere e premiare la sicurezza e la qualità del lavoro agricolo per contrastare il calo dell’occupazione. I premi devono avere maggiore equità ed essere ripartiti anche secondo criteri sociali. Devono essere cioè stabiliti per azienda e per lavoratore, modulandoli (sostegno maggiore alle prime unità produttive), in maniera da non discriminare le piccole aziende.

E’ necessario poi definire valutazione di priorità e differenziazione di premio per chi è effettivamente impegnato direttamente in agricoltura

  - Umbria libera da OGM per la tutela della biodiversità e delle produzioni tipiche

Il decreto del Governo sulla coesistenza delle coltivazioni obbliga le Regioni ad adottare un proprio piano regionale per la coesistenza. Le linee guida confermano l'abitudine a non far seguire i fatti alle parole, riaprendo pericolosamente una partita delicatissima e non solo per il settore agricolo.  La Regione Umbria ha già una sua legge e dovrà al più presto elaborare un provvedimento che escluda in via definitiva le coltivazioni OGM, confermando così la scelta per un territorio libero dal rischio di contaminazione, e un’agricoltura estranea al territorio ed alla sua cultura. Anche in questo caso attendiamo che la voglia di mediazione non cancelli le premesse, non tenendo per di più conto, della necessità di massima precauzione, rilevata anche da recenti studi che hanno dimostrato la trasmissione a piante infestanti, di geni modificati, resistenti ai diserbanti, che  confermano tutta la pericolosità e l'ingestibilità dell'immissione di OGM nell'ambiente.

In rispetto della legge regionale e della volontà della stragrande maggioranza dei cittadini, nessun premio potrà essere dato a chi fa uso i sementi geneticamente modificate, mentre dovrà essere sostenuto e premiato chi coltiva prodotti tipici valorizzando e recuperando ecotipi locali.

-          Sviluppo rurale delle aree protette

Il sistema regionale dei parchi, i piani socio economici di riferimento contengono occasioni di sviluppo turistico ed economico legate alle valenze ambientali e alla specifica realtà dei parchi.

Il piano di sviluppo rurale deve sostenere lo sviluppo di queste aree dedicando finanziamenti per promuovere il biologico nei parchi, nelle riserve naturali, in quelle ad elevato interesse naturalistico comprese le aree SIC – ZPS, per dare maggiori opportunità alle aziende che, di fatto legano il fattore produttivo a quello ambientale e turistico.

 - Ricerca e assistenza tecnica

E’ necessario contemporaneamente investire risorse adeguate sulla ricerca pubblica, con particolare riferimento alla salvaguardia della biodiverisità e al patrimonio genetico autoctono.    

Diventa poi determinante offrire alle aziende adeguati servizi di assistenza tecnica non più finanziando agenzie che quel servizio non lo offrono più ma contribuendo direttamente alla spesa che l’azienda agricola sostiene, scegliendosi liberamente il consulente che meglio lo soddisfa.

  - Formazione

Le aziende che scelgono di affrontare la conversione al biologico o di indirizzarsi verso nuove concezioni produttive devono essere sostenute anche con interventi formativi affinché la scelta diventi consapevole e condivisa. In chiave multifunzionale la formazione deve coinvolgere e riguardare anche tutti gli operatori della filiera e i soggetti coinvolti nello sviluppo rurale.

  - Insediamento di giovani agricoltori e imprenditoria femminile

Il premio fino ad oggi elargito non ha raggiunto l’obbiettivo primario di creare un ricambio di imprenditori anche perché, il mancato controllo sulla reale destinazione dei fondi acquisiti, ha creato, spesso a ragione, seri dubbi sull’utilità di tale misura, se non addirittura fastidio per un utilizzo aziendale “molto poco agricolo” dei fondi. Oggi che il premio sembra essere addirittura raddoppiato, è indispensabile che l’acquisizione di questi fondi sia legata all’obbligo di un piano di investimento incentrato sulla sostenibilità ambientale, l’occupazione, l’inserimento nel contesto produttivo locale, cioè la capacità di fare filiera e dove, la scelta della conversione al biologico diventa elemento qualificante e di premio.

La valutazione dei piani e i relativi controlli forniranno la garanzia di investimenti efficaci e mirati. 

   - Energia , agricoltura e educazione ambientale

Con l’entrata in vigore del protocollo di Kyoto, l’agricoltura biologica acquista ulteriore valore per il contributo che da, al raggiungimento degli obbiettivi, con la minore produzione di anidride carbonica e protossido di azoto, per il mancato uso di concimi chimici di sintesi e la capacità di essere serbatoio di carbonio, legato al principio base del metodo, di perseguire l’aumento della sostanza organica nel terreno. Inoltre l’approvazione della nuova direttiva europea sui biocarburanti, la produzione di energia rinnovabile da biomasse rappresenta una concreta opportunità per l’agricoltura ed un nuovo percorso per armonizzare pratica agricola, qualità delle produzioni e tutela ambientale. In tal senso è utile prevedere bandi, concordati tra assessorato all’agricoltura, all’ambiente e all’energia, per l’introduzione di energie alternative nelle aziende agricole.

Questi interventi potrebbero creare anche ulteriori opportunità di offerta per le fattorie didattiche, che già si sono distinte nell’ambito della multifunzionalità, magari realizzando un progetto regionale di ‘fattorie energetiche.

   - Utilizzo pieno e mirato delle risorse

L’assessorato all’agricoltura della Regione dell’Umbria tiene inspiegabilmente bloccati € 270.000 ricevuti come quota parte regionale degli introiti sulla “tassa sui pesticidi” con destinazione: “Promozione dell’agricoltura biologica”. A tutt’oggi, nonostante le molteplici sollecitazioni ed i progetti presentati, mai nessuna risposta

ü                  COSA VA SUPERATO DEL PRECEDENTE PIANO

Premesso che il presente documento contiene una proposta complessiva e chiara di costruzione di un piano di sviluppo rurale per l’Umbria, basato sulla definizione del modello di sviluppo su cui far crescere le aree rurali dell’Umbria e, con queste esaltare il ruolo di volano che l’agricoltura può avere sul territorio, è utile evidenziare alcune storture del precedente PSR, che hanno impedito di utilizzare tale strumento come vero sostegno alla crescita dell’agricoltura in Umbria.

Ø                Filiere – La filiera è un ambito di intervento strategico ma l’investimento minimo di 1.000.000 di € è utile a rafforzare solo strutture che già operano sul mercato ma non aiuta chi deve costruire una filiera locale per valorizzare produzione e territorio, cioè aziende che già non trovano collocazione nelle grandi filiere regionali e nazionali. Le piccole filiere umbre sono strumento di valorizzazione di produzione e territori locali e gli investimenti devono poter essere modulati alle reali esigenze. Inoltre la misura minima obbligatoria del 20% per le misure orizzontali è stata percepita da tutti come l’obbligo di giustificare e finanziare l’occupazione, nel Parco tecnologico di Pantalla, con il lecito dubbio, sui servizi di ritorno.

Ø                  Investimenti aziendali – L’ammissibilità di investimenti superiori ai 26.000 €, penalizza nuovamente le aziende di piccola e media superficie, che necessitano di piccoli investimenti per migliorare la qualità della produzione e aumentare il proprio reddito, per esempio, con l’acquisto di attrezzatura specifica o per allestire spazi per la filiera corta.

Ø                  Obbligo di commercializzazione dei prodotti nel mercato biologico – è risultata una scelta vessatoria e anacronistica, applicata con molta poca elasticità anche quando la mancata vendita dipendeva da mancata produzione per calamità naturali (siccità) o danni da fauna selvatica. In questi casi l’obbligo di raccolta si trasforma in scelte antieconomiche per l’azienda. Vessatoria perché altrettanto non è richiesto ad altre forme di agricoltura che accedono ugualmente ai premi; anacronistica in quanto, per i noti motivi di crisi, per la mancanza cronica di intervanti strutturali per la commercializzazione, per l’assenza di servizi intermedi, presentati anche in questo documento, molto prodotto biologico è venduto sul mercato convenzionale. Chi fa agricoltura biologica già si sottopone a controllo di un ente riconosciuto dal Ministero e a sua volta verificato sul territorio dalla stessa Regione. Se la Regione non si fida degli enti che controlla è un problema di altro genere che non può essere scaricato sulle aziende.

Ø                  Limiti alla superficie a premio – escludere le aziende sotto i tre ettari e limitare a cinquanta la superficie a premio non corrisponde ad una lettura corretta della situazione. I dati ISTAT evidenziano che in Umbria, come in Italia, le micro aziende sono una parte sostanziale del panorama agricolo e anche loro svolgono un ruolo importante nello sviluppo rurale, soprattutto come presenza in aree svantaggiate. Limitare invece il premio a solo una parte della superficie, spinge ad una conversione parziale delle aziende o alla fittizia alienazione di una parte dell’azienda per rientrare nelle priorità. Qualora ci fosse un problema di disponibilità economica, è molto più corretto prevedere una modulazione dei premi sopra i 50 ha. Questa scelta poi è un freno alla conversione territoriale che vede coinvolte tutte le aziende di un’area.

Ø                     Equità sui premi – in questi anni c’è stata una sperequazione tra impegno e premio, penalizzante soprattutto per le aziende biologiche e eccessivamente premiante per impegni che non hanno dato riscontri positivi in termini agroambientali. Il cambio delle regole e dei parametri, praticamente ogni bando, poi, è stato causa di convenienze molto diverse tra aziende di uno stesso territorio con situazioni strutturali molto simili.

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