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Questo documento rappresenta l'analisi della Rete di Lilliput sul vertice della FAO che si svolgerà a Roma nel giugno 2002.
Il testo spiega l'obiettivo del vertice, la partecipazione all'NGO Forum che si svolgerà in contemporanea ad esso, alcuni aspetti dell'agricoltura che riteniamo di particolare importanza al fine di raggiungere l'obiettivo di non avere più persone senza cibo su questo pianeta. In particolare viene messa in evidenza l'incompatibilità fra le politiche del commercio internazionale e tale obiettivo.
La Rete ritiene che i governi che parteciperanno al Vertice, debbano sedere ai tavoli di Ginevra (WTO) e di Bruxelles (per quanto riguarda i Paesi membri dell'UE) con i medesimi obiettivi perseguiti in sede FAO così da poter dare concretezza alle solenni dichiarazioni di principio firmate in questo consesso.
In caso contrario, ogni riaffermazione del "diritto di ciascuno di avere accesso a cibo sano e nutriente" rimarrà una dichiarazione falsa e retorica.
| La falsa promessa A 6 anni dal Vertice FAO sull'alimentazione, l'obiettivo è ancora lontano Declaration of the World Food Summit "We, the Heads of State and Government, or our representatives, gathered at the World Food Summit at the inivitation of the Food and Agriculture Organisation of the United Nations, reaffirm the right of everyone to have access to safe and nutritious food, consistent with the right to adequate food and the fundamental right of everyone to be free from hunger...." Questo documento rappresenta l'analisi della Rete di Lilliput sul vertice della FAO che si svolgerà a Roma nel giugno 2002. Il testo spiega l'obiettivo del vertice, la partecipazione all'NGO Forum che si svolgerà in contemporanea ad esso, alcuni aspetti dell'agricoltura che riteniamo di particolare importanza al fine di raggiungere l'obiettivo di non avere più persone senza cibo su questo pianeta. In particolare viene messa in evidenza l'incompatibilità fra le politiche del commercio internazionale e tale obiettivo. La Rete ritiene che i governi che parteciperanno al Vertice, debbano sedere ai tavoli di Ginevra (WTO) e di Bruxelles (per quanto riguarda i Paesi membri dell'UE) con i medesimi obiettivi perseguiti in sede FAO così da poter dare concretezza alle solenni dichiarazioni di principio firmate in questo consesso. In caso contrario, ogni riaffermazione del "diritto di ciascuno di avere accesso a cibo sano e nutriente" rimarrà una dichiarazione falsa e retorica. Introduzione La FAO è l'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura. Dal 10 al 13 giugno ospiterà, presso la sua sede di Roma, il Vertice Mondiale sull'Alimentazione: cinque anni dopo. Originariamente programmato per i giorni 5-9 novembre 2001, il vertice è stato rinviato sulla scia degli attacchi dell'11 settembre negli Stati Uniti ed in seguito alle titubanze del governo Italiano dopo il G8 di Genova. Questo spiega perché il titolo del vertice parli di cinque anni nonostante siano passati sei anni dall'incontro del 1996. Al Vertice Mondiale sull'Alimentazione del 1996 i rappresentanti di 185 paesi e della Comunità Europea s'impegnarono a operare per cancellare la fame dalla faccia della terra e, come prima tappa, fissarono l'obiettivo di dimezzare il numero degli affamati entro il 2015. Qual'é l'obiettivo del Vertice ? "Questo evento si propone di dare un nuovo slancio agli sforzi compiuti su scala mondiale in favore di chi ha fame", dice il dr. Jacques Diouf, il Direttore Generale della FAO "Dobbiamo trovare la volontà politica e le risorse finanziarie per combattere la fame. La comunità internazionale ha ripetutamente dichiarato il suo impegno a estirpare la povertà. L'eliminazione della fame è un primo, essenziale passo in questa direzione". La FAO rileva che gli ultimi dati indicano che il numero delle persone denutrite sta diminuendo a un ritmo medio di soli 6 milioni di unità l'anno, di molto inferiore al tasso di 22 milioni l'anno necessario per raggiungere l'obiettivo fissato dal Vertice Mondiale sull'Alimentazione. "Ai leader del mondo si chiederà di delineare le misure necessarie per raggiungere l'obiettivo, e di avanzare suggerimenti circa il come accelerare il processo. Ci si aspetta inoltre che esaminino le maniere di aumentare le risorse disponibili per lo sviluppo agricolo e rurale ". L'NGO Forum Il Forum è intitolato "NGO/CSO Forum per la sovranità alimentare". Avrà luogo dall'8 al 13 Giugno 2002. Sara' il Forum della società civile e si occuperà di: a. Diritto al cibo e alle risorse (compreso il diritto alla terra, all'acqua, alla biodiversità; i diritti dei lavoratori del settore agroalimentare, i diritti dei popoli nativi); b. Modelli alternativi di agricoltura (con una critica al modello industrialista, presentazione delle alternative esistenti, nuove tecnologie e OGM); c. Sovranità alimentare (includendovi la democrazia, la partecipazione ed il diritto dei popoli a decidere la propria politica alimentare, di sviluppo agricolo, di mercato e dei prezzi, la lotta al dumping, la salubrità degli alimenti). Al forum parteciperanno almeno organizzazioni sociali di tutto il mondo secondo un sistema di quote che garantirà una presenza maggioritaria dei rappresentanti del Sud. Il Comitato italiano ha istituito sei gruppi di lavoro: 1) Biotecnologie: OGM, brevettazione della vita, impatto delle colture transgeniche sui sistemi agrari italiani e europei; promozione delle campagne internazionali - per la ratifica del Trattato Internazionale sulle Risorse genetiche per l'Agricoltura e l'Alimentazione (IUGRAN) - GMO moratorium - No Patents on life; (2) Riforma PAC / sostenibilità sociale ambientale ed economica: nuovi modelli di produzione, centralità del modello agroecologico di produzione e dell'agricoltura contadina e della sua organizzazione produttiva; (3) Riforma PAC/ sovvenzioni alle esportazioni, dumping e privatizzazione delle risorse (acqua, risorse genetiche); promozione della campagna internazionale contro il dumping; (4) Sovranità alimentare e diritto ad un cibo sano e giusto per tutti (il codice di condotta internazionale, qualità alimentare, rispetto delle tipicità delle produzioni, forme di commercializzazione: nuovi rapporti consumatori/ produttori, tracciabilità); (5) Guerre e diritto dei popoli a nutrire se stessi. Controllo militare delle risorse naturali e uso militare del cibo, aiuti alimentari, emergenza, riabilitazione, ricostruzione e promozioni di iniziative di cooperazione con i partner del Sud del mondo (6) Diritti dei lavoratori agricoli e difesa dei loro rappresentanti; promozione della campagna internazionale per la liberazione dei sindacalisti agricoli e militanti contadini e dei popoli nativi incarcerati. La Rete di Lilliput ha aderito all'NGO Forum e sta partecipando attivamente ai gruppi di lavoro. I numeri della fame ¨ Oggi 792 milioni di persone nei Paesi in Via di Sviluppo (PVS) soffrono la fame in modo cronico. ¨ Circa tre quarti vivono in aree rurali, molti in zone di conflitto e più del 60% sono donne. ¨ Il loro numero è maggiore in Asia ma 18 dei 32 Paesi più in crisi sono Paesi Africani. ¨ 32 bambini su 100 soffrono di malnutrizione. ¨ Il 70% degli africani vivono di agricoltura; gli aiuti in questo settore sono scesi del 40% dal 1980. ¨ Le guerre causano una riduzione della produzione agricola; è stato stimato che i conflitti armati siano "costati" al settore agricolo 4,3 miliardi i dollari all'anno fra il 1970 e il 1977. Donne e agricoltura "Senza le donne saremmo tutti affamati", dice un proverbio africano. Questa affermazione non vale solo per questo continente; abbiamo già detto, che il 60% delle persone che soffrono la fame sono donne, dobbiamo aggiungere che a coltivare la terra, nel mondo, sono in gran parte le donne. In Africa sub sahariana si calcola che siano l'80% della forza lavoro, così come nei Caraibi. In Asia il riso è coltivato per il 90% da loro. Pertanto la produzione mondiale di riso, frumento, mais legumi e vegetali viene dalle loro mani. Eppure quando si parla di agricoltori, la percezione generale converte al maschile questo termine. I politici quando parlano di sviluppo e servizi agricoli dimenticano che le donne hanno piu' difficoltà ad accedere a risorse come la terra, l'acqua, i crediti bancari e la tecnologia e che la discriminazione di cui soffrono in tutti questi campi (e si aggiunga quella nel campo dell'educazione) riducono la sicurezza alimentare di tutti. C'e' abbastanza cibo per tutti ? Se il cibo prodotto nel mondo "fosse diviso equamente fra gli abitanti [del pianeta], uomini, donne e bambini potrebbero consumare ciascuno 2,760 chilocalorie ogni giorno", ha dichiarato Jacques Diouf, direttore generale della FAO. Ancora oggi, molte persone, pensano alla fame come a scarsità di cibo, mentre la fame è diseguaglianza distributiva, conseguenza di politiche nazionali e soprattutto internazionali che, insieme ad altri fattori, fanno sì che pur avendo abbastanza cibo per sfamare tutti, 800 milioni di persone sono alla fame. L'acqua L'acqua è considerata come una delle risorse di cui avremo maggior penuria nel futuro. L'Agricoltura è una delle attività umane a cui l'acqua è indispensabile e già usa il 70% dell'acqua disponibile per gli usi dell'uomo. Il 10% dei prodotti agricoli viene coltivato allagando i terreni. L'accesso all'acqua diventa un fattore fondamentale per la sicurezza alimentare e importante è la costruzione di impianti di irrigazione, tenuto conto che in India il 70% delle coltivazioni dipende dal cielo ed in Africa il 90%. Negli ultimi anni numerosi accordi internazionali, relativi al Commercio dei Servizi e agli Investimenti, vanno nella direzione di una privatizzazione dei servizi relativi all'acqua, sia quelli di progettazione e costruzione di impianti idrici, sia quelli di trattamento e depurazione, sia di distribuzione di acqua potabile. Il GATS non vede ancora impegni sottoscritti dagli Stati relativi a quest'ultima categoria, ma nell'ambito dei negoziati per il suo rinnovo, l'Unione Europea si sta impegnando per la sua liberalizzazione, attraverso una riclassificazione dei servizi ambientali, per i quali al recente vertice di Doha, è stato stabilito di negoziarne la liberalizzazione. Non dimentichiamo, inoltre, i danni arrecati dai piani idroelettrici finanziati da banche, Agenzie di sostegno all'esportazione e dalla Banca Mondiale, caratterizzati da grandi dighe che hanno portato al prosciugamento di corsi d'acqua, inondazioni di terreni agricoli e foreste, sradicamento di intere popolazioni dalla propria terra. L'ambiente Abbiamo tutti chiaro che l'agricoltura trae dalla terra e dall'acqua le materie prime per ciò che produce. L'ambiente è la fonte del nostro cibo, non preoccuparsene non può avere alcuna giustificazione. I metodi di produzione agricola diventano così estremamente importanti perché una produzione intensiva che degrada il suolo e la fertilità dei terreni, che inquina attraverso l'uso di prodotti chimici e riduce la biodiversità attraverso la drastica riduzione delle specie coltivate, se nell'immediato può portare ad un aumento della produzione di alimenti, porta ad ipotecare i raccolti degli anni futuri. Troppa terra preziosa è stata persa in questi anni applicando questi metodi, si parla di sette milioni di ettari ogni anno, soprattutto a causa di eccessivo pascolo di animali (per produrre carne di cui l'occidente eccede nei consumi) e per l'uso di pesticidi. Un altro dei pericoli che minacciano l'agricoltura è quello dei cambiamenti climatici. L'Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) suggerisce che anche un piccolo aumento della temperatura significa una diminuzione della produzione agricola in molti paesi in via di sviluppo, soprattutto in Africa. Ecco che il nostro stile di vita, la nostra impronta ecologica, ha conseguenze dirette sull'agricoltura e sulla riduzione della fame nel mondo. Biotecnologie, brevetti e sicurezza alimentare C'è una pratica molto elementare, che chi ha un piccolo orto probabilmente ancora fa o faceva sino a qualche anno fa: estrarre e conservare i semi per la semina dell'anno successivo. Questa semplice pratica è stato uso quotidiano da sempre per gli agricoltori di ogni parte del pianeta ed ancora lo è per molti milioni di loro; ma è una pratica che recenti accordi internazionali vietano, certamente non per favorire l'autosufficienza alimentare, ma per generare profitti ai detentori dei brevetti. Perché queste regole sono un ostacolo contro la lotta contro la fame ? Perché applicare le regole per la difesa dei diritti di proprietà intellettuale aumenta le difficoltà e i costi di un agricoltore; difficoltà e costi che si fanno proibitivi per la popolazione che vive in aree rurali, spesso sotto la soglia di povertà. E quando parliamo di sicurezza alimentare includiamo la protezione della biodiversità. Le risorse genetiche dell'agricoltura stanno sparendo alla velocità dell'1-2% all'anno e si stima che dall'inizio del secolo scorso siano state abbandonate circa il 75% delle coltivazioni agricole. Complessivamente, oggi solo otto colture garantiscono il 75% del cibo mondiale. La distruzione della diversità favorisce le infestazioni e le malattie: sono più di 70mila le specie infestanti, che arrivano a distruggere il 40% del raccolto mondiale. Negli ultimi 40 anni, i danni alle colture provocati dagli insetti sono raddoppiati, malgrado l'uso di pesticidi sia decuplicato (Pimental et al. in Bio-science, dic 1997). La biodiversità ha vigilato sulla sicurezza del nostro cibo proteggendolo dagli attacchi delle malattie che periodicamente colpiscono i raccolti. Negli anni Settanta un virus patogeno per le piante (genere Tenuivirus) ha distrutto più di 116mila ettari di coltivazioni di riso in Indonesia, India, Sri Lanka, Vietnam e Filippine, per poi essere controllato grazie alla resistenza del riso selvatico Oryza Nivara. Se questa varietà selvatica non fosse stata preservata in India, la sicurezza alimentare di milioni di persone sarebbe stata messa a repentaglio. La biodiversità garantisce anche le cure a quei tre miliardi di persone che dipendono dalle medicine tradizionali per il trattamento delle malattie. In India e Cina, l'80-90% di queste cure si basa sulla conoscenza dei principi attivi delle piante. La civilizzazione industriale invece si serve dei doni della biodiversità abusandone e considerandoli semplicemente come fonti di profitto. Dal 1995, il TRIPs , l'Accordo WTO che regola i diritti di proprietà intellettuale, impone ad ogni Stato aderente l'adozione di una legislazione per garantire regole "minime" per la salvaguardia dei brevetti per 20 anni. E' stabilita anche la brevettabilità di piante ed animali. I Paesi del Nord affermano che il TRIPs è flessibile perché non obbliga a uno specifico sistema di protezione, ma poi non fanno che insistere perché i PVS adottino il sistema UPOV , un sistema che, nella versione rinnovata nel 1991, obbliga a 20 anni di protezione e vieta la pratica della conservazione, dello scambio e del riutilizzo delle sementi. Occorre poi ricordare che altri Accordi (il NAFTA, il FTAA in fase di negoziato, l'accordo bilaterale fra UE e Messico, solo per citarne alcuni) sono o mirano ad essere ancor più restrittivi del TRIPs. L'effetto di queste regole è quello di concentrare il potere sull'uso delle sementi nelle mani di poche società e vanno chiaramente nella direzione contraria agli obiettivi della FAO. Relativamente agli organismi geneticamente modificati, la tesi sostenuta da sempre dalle società produttrici, che il loro sviluppo sia indispensabile per sfamare la crescente popolazione del pianeta, si scontra con l'evidenza dei prodotti sinora commercializzati. Prodotti per nulla adatti a crescere in terreni poveri, in condizioni di scarsità d'acqua e senza massiccio uso di fertilizzanti; prodotti senza alcun miglioramento nutritivo, semplicemente resistenti al trattamento con antiparassitari prodotti dal medesimo produttore della semente . Il tanto pubblicizzato riso "golden rice", arricchito di betacarotene, spacciato come miracolosa cura per la cecità derivante da carenza di vitamina A si è rivelato una grande bufala. Ci si è infatti accorti che un bambino per soddisfare il proprio fabbisogno di vitamina avrebbe dovuto ingurgitare circa 6 chili di riso al giorno ! Ammesso anche di ingozzarlo a tal punto ne sarebbe scaturito un scompenso alimentare per mancanza di grassi e proteine, determinando altri problemi nutrizionali. Riteniamo che esistano metodi di coltivazione alternativi in grado non solo di produrre cibi più sani, ma soprattutto, di rispettare l'ambiente, di essere compatibili con la produzione in piccole unità agricole e di avere nel lungo periodo le stesse rese, se non addirittura superiori, alla produzione agricola industriale. Agricoltura biologica in Kenya ¨ L'agricoltura biologica riduce i costi per sementi, fertilizzanti chimici e pesticidi ¨ è conservazione delle risorse (la conservazione di acqua e terra è essenziale in agricoltura) ¨ è aumento della produzione di cibo e riduzione della povertà ¨ è allevamento del bestiame con un'alimentazione bilanciata e rispetto degli animali ¨ è una tecnologia che rende più autosufficiente l'agricoltore, rendendolo meno dipendente dalle società produttrici di sementi, fertilizzanti e pesticidi (tratto da Organic farming in Kenya, by John Wanjau Njoroge, KIOF Kenya) Le società biotecnologiche si riforniscono nei Paesi del Sud, prelevando la materia prima per i loro organismi. Secondo gli ambientalisti Robert e Christine Prescott- Allen, dal 1976 al 1980 le varietà selvatiche hanno contribuito all'agricoltura Usa per 340 milioni di dollari l'anno. Ma queste risorse non dovrebbero essere di proprietà di stati sovrani e dei loro popoli, come dichiara la Convenzione ONU sulla biodivesità ? "Secoli di innovazione vengono travolti per concedere diritti monopolistici sulle forme di vita a chi manipola i geni con le nuove tecnologie, con ciò stabilendo la supremazia del loro contributo rispetto all'apporto di intelligenza di generazioni di contadini del terzo Mondo, che per più di diecimila anni hanno lavorato a favore della conservazione, domesticazione, ibridazione e sviluppo delle risorse genetiche animali e vegetali" . Le regole contenute nel TRIPs ed in altri accordi internazionali sono perciò in diretto conflitto con la Convenzione di Rio e con la Convenzione sulla diversità biologica (CBD) , ma soprattutto lo sono verso il diritto, sancito dalla FAO, che ogni essere umano possa vivere alimentandosi con quanto la terra produce. Il commercio dei prodotti agricoli Se negli anni '60 e '70 l'invito rivolto ai Paesi era verso l'autosufficienza (food self-sufficiency), negli anni seguenti la nuova indicazione era verso la "food self-reliance", concetto che potremmo cosi' riassumere: non stare a produrre tutto quello che ti serve, concentrati sui prodotti che sai produrre meglio ed esportali, con i guadagni importa il cibo che ti manca. Nel vertice FAO del 1996 venne ribadito che il commercio era un ingrediente essenziale per la sicurezza alimentare. Bisogna considerare però che solo il 10% della produzione agricola viene commerciata ed il 70% del commercio e' fra Paesi sviluppati. La quota dei PVS sta crescendo ma come import. Questi Paesi esportano prodotti tropicali mentre importano frumento, riso e mais. L'80% del frumento e del riso commercializzato è importato da PVS. Eppure la maggior parte di essi è o può essere autosufficiente. L'India ad esempio produce abbastanza cibo per sfamare tutti i suoi abitanti ma anziche' farlo, lo esporta o lo lascia marcire nei suoi depositi . L'esportazione, per molti Paesi è fondamentale per ottenere valuta pregiata che però generalmente non si indirizza verso la riduzione della povertà ma verso altri canali, compreso quello del rimborso del debito estero. L'aumento della produzione inoltre causa una riduzione dei prezzi col risultato di aumentare lo sfruttamento della terra a parità o a riduzione del reddito dell'agricoltore. Occorre che l'agricoltura diventi una importante priorità per questi Paesi e che siano liberi nel determinate le loro politiche agricole senza le costrizione dei Piani di aggiustamento strutturali e le regole degli accordi WTO. La liberalizzazione del commercio La liberalizzazione del commercio iniziò nei PVS all'inizio degli anni '80 sotto la pressione dei piani di aggiustamento di FMI e BM (i SAPs), piani che richiedevano la liberalizzazione dei mercati, secondo la ben conosciuta affermazione che massimizzare il commercio internazionale riduce i prezzi e stimola la crescita economica e che la liberalizzazione dei mercati è fonte di benefici per tutti. Nella maggior parte dei PVS questo non è accaduto, specialmente in Africa dove i benefici del free-trade ancora sono attesi con impazienza. Le statistiche ci dicono che fra il '60 e l'80 il reddito pro capite nell'Africa sub sahariana era cresciuto di un terzo mentre, dopo l'applicazione dei SAPs e delle politiche liberiste, fra il 1980 e il 1977, è sceso di un quarto. L'abbattimento delle barriere ha portato ad un aumento delle importazioni, mentre le possibilità di esportare sono rimaste difficoltose. Perche' ? Perché, come qualcuno ha commentato, aprire i mercati "è stato come mettere un coniglio ed una tigre nella stessa gabbia", creando un "terreno di gioco" su cui grossi produttori occidentali ed agricoltori del Sud hanno giocato la stessa partita. Si aggiungano le difficoltà ad ottemperare agli standard imposti dai paesi sviluppati e la costante diminuzione dei prezzi delle materie prime e si comprende perché le agricolture di questi Paesi sono rimaste al palo. Inoltre, la pressione ad esportare ha creato danni per l'eccessivo sfruttamento della terra migliore, per l'uso crescente di prodotti chimici, per l'abbandono di colture locali, tanto da poter dire che la liberalizzazione ha aumentato la povertà. Un agricoltore etiope coltiva sul suo terreno caffè insieme a patate, mais e banane. Il caffè è la sua unica fonte di denaro ma il suo prezzo è crollato a poco più di un dollaro al chilo a metà 2001. Il "prezzo di mercato" lo ha costretto a vendere Il raccolto del 2000 a 36 centesimi al chilo, molto meno di quanto ha speso per produrlo: 90 centesimi al chilo ! L'elevata competitività dei prodotti stranieri disincentiva la produzione interna. Uno studio degli Amici della Terra sull'Uruguay, rivela che prima dell'apertura del mercato i piccoli produttori di latte e derivati trovavano sbocco sul mercato interno ed estero, attraverso la cooperativa nazionale dei produttori di latte, a cui aderivano 6.500 piccoli produttori (l'80% degli aderenti). L'arrivo di marchi come Parmalat, Nestlé e Unilever, con i loro prodotti di minor prezzo, ha mutato la situazione, causando un aumento del latte importato e la crisi delle aziende a conduzione familiare. Molti altri studi confermano tutto questo evidenziando il tremendo impatto delle politiche agricole incentivate dalla Banca Mondiale, dal Fondo Monetario Internazionale e dal WTO, attraverso l'Accordo sul commercio dei prodotti agricoli. L'Accordo Agricolo "E' importante per la nostra nazione produrre - per aumentare il cibo per nutrire il nostro popolo. Potete immaginare un paese incapace di produrre abbastanza cibo per sfamare il proprio popolo? Sarebbe una nazione soggetta alle pressioni internazionali. Sarebbe una nazione a rischio. Perciò quando parliamo di agricoltura Americana, stiamo davvero parlando di un elemento della sicurezza nazionale". George W.Bush, note sul futuro degli agricoltori americani, 27 giugno 2001 L'Accordo sull'Agricoltura (Agreement on Agricolture AoA) è uno dei tanti accordi scaturiti dall'Uruguay Round, il ciclo di negoziati che portò alla nascita dell'organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) ed è entrato in vigore il 1 gennaio 1995. Per cosa è stato scritto? "per instaurare un sistema di scambi agricoli equo e orientato verso il mercato"; così recita il preambolo dell'accordo. I negoziatori non avevano in mente politiche agricole tese a garantire l'accesso al cibo a tutti gli abitanti del pianeta, piuttosto avevano in mente di inserire le politiche agricole nella filosofia che animava il GATT e a favorire la crescita del commercio, considerandola necessaria alla crescita economica globale. Ma soprattutto, visto che i negoziatori in prima fila erano i Paesi dell'Unione Europea e gli Stati Uniti, l'AoA venne scritto pensando ai loro problemi di sovrapproduzione, esattamente opposti a quelli di chi ha fame. Ne scaturì un testo falsamente liberale, sostanzialmente in grado di offrire nuovi sbocchi sul mercato mondiale alle loro produzioni agricole. Qualcuno fa notare che il preambolo cita, nella sua parte finale "gli aspetti non commerciali, tra cui la sicurezza alimentare e la necessità di tutelare l'ambiente", ma nel testo non vi sono indicazioni che vincolino a questa dichiarazione di principio. L'AoA impegna i Paesi membri a: 1. ridurre i sostegni al settore agricolo del 20% (per i PVS del 13%) 2. ridurre le spese per i sussidi all'esportazione del 36% in sei anni, (del 24% in 10 anni per i PVS) 3. ridurre il volume dei sussidi all'esportazione del 21% 4. convertire tutte le barriere non tariffarie in dazi doganali, quindi ridurli del 36% in sei anni (del 24 in 10 anni per i PVS) 5. aumentare la percentuale di consumo domestico coperta dalle importazioni del 5% entro il 2000 per ogni prodotto con una percentuale di importazione inferiore al 3%. I 43 Paesi con un reddito annuo pro capite inferiore a 500 dollari sono esentati dai primi tre punti ma ovviamente subiscono le tariffe stabilite dagli altri Paesi e devono provvedere a garantire il minimo accesso alle importazioni. Quali sono stati gli effetti dell'Accordo nei suoi primi anni di vita ? Possiamo dire che sono coerenti con le aspettative dei suoi promotori, perché i sussidi dei Paesi del Quad non sono diminuiti, ma essendo diminuiti quelli altrui hanno potuto beneficiare di un maggiore accesso ai mercati esteri. Oggi non c'è settore del commercio internazionale così distorto quanto quello agricolo. Tutti i Paesi Sviluppati hanno diligentemente trasformato in tariffe le loro barriere non tariffare col risultato di portare le tasse su alcuni prodotti a valori elevati, vicini al 300 - 400%, rendendo proibitivo il loro import eccetto che per la quantità coperta dalla tariffa più bassa. Gli Stati Uniti tra il dire ed il fare.... Il congresso USA, appoggiato dall'amministrazione Bush ha recentemente varato un imponente piano di sussidi all'agricoltura per un valore di 180 miliardi di dollari in 10 anni da aggiungersi alle già imponenti risorse dedicate al settore. Come spiegato nel testo, i sussidi all'agricoltura nei paesi industrializzati hanno delle ripercussioni tremende sui poveri del mondo. L'amministrazione USA ha ancora una volta dimostrato quanto ampio è lo spazio che separa i buoni propositi di liberalizzare l'agricoltura e di dimezzare il numero dei poveri entro il 2015 dagli atti concreti intrapresi a difesa delle potenti lobby agricole americane. La maggior parte di questi sussidi finirà, infatti, nelle tasche del 10% degli agricoltori nord americani. Solo per la coltivazione del cotone, il loro reddito medio aumenterebbe ben oltre gli attuali 35 mila dollari dei quali già un terzo sono coperti con i sussidi statali. Secondo uno studio, il numero di poveri nel Burkina Faso potrebbe essere ridotto alla metà nel giro di sei anni se i sussidi alla produzione del cotone venissero eliminati completamente. Attualmente, il reddito medio del Burkina Faso ammonta a meno di un dollaro pro capite al giorno. Evidentemente gli elettori del paese Africano non hanno usato argomenti abbastanza convincenti da persuadere i membri del congresso americano delle loro ragioni. I PVS lamentano poi che i dazi sui prodotti semilavorati (ad esempio il cacao in polvere o il cioccolato) sono molto superiori alle materie prime (le fave di cacao), ostacolando lo sviluppo di una industria di trasformazione, fondamentale per la loro crescita economica. Sul fronte dei sussidi all'esportazione, infine, l'AoA ha mancato completamente l'obiettivo. I sussidi dei Paesi dell'OCSE Se facciamo un calcolo di tutti i sussidi agricoli, otteniamo che: ¨ l'Unione Europea è passata da un valore di 100.687 milioni di euro come media negli anni 86-88 (prima del termine dell'Uruguay Round) a 121.553 milioni nel '99; ¨ Gli USA sono passati da 62.537 milioni di euro ('86-99) a 90.564 milioni nel 1999. Globalmente i paesi OCSE nel 1999 hanno speso 334.037 milioni di euro per sostenere la loro agricoltura mentre negli anni '86-'88 spendevano mediamente 217.216 milioni l'anno. (dati tratti da Agricultural Policies in OECD Countries: Monitoring and Evaluation 2001 Edition). Per dare un significato alle cifre spese per sovvenzionare l'agricoltura, si pensi che: ¨ i sostegni agricoli dei Paesi dell'OCSE superano il reddito totale di quella parte di popolazione mondiale che vive sotto la linea di povertà fissata dalla Banca Mondiale nel valore di un dollaro al giorno, pari a un miliardo e duecento milioni di persone. ¨ Il programma di "emergenza" per il pagamento degli agricoltori statunitensi supera il budget ONU per gli aiuti umanitari. Come descrive Oxfam, nel recente "Rigged rules and double standards", "durante i negoziati dell'Uruguay Round, i negoziatori europei e statunitensi ridussero il dibattito sulla liberalizzazione del commercio agricolo a un gioco semantico. Mentre concordavano sul principio di riduzione dei sussidi, procedevano a cambiare la definizione di sussidio in modo da poter continuare come sempre avevano fatto". L'effetto dei rilevanti sostegni agricoli si traduce sul mercato mondiale nel fenomeno del dumping, cioe' nell'esportazione di prodotti sottocosto. Vendite sottocosto: Premesso che la definizione dei livelli di dumping non è facile, si stima che: ¨ USA ed UE, esportatori della metà della produzione di frumento commercializzato, lo vendano ad un prezzo rispettivamente inferiore del 46% e del 34% dei costi di produzione. ¨ Gli USA sono i maggiori esportatori di mais e lo esportano ad un prezzo inferiore del 20% del costo di produzione ¨ L'UE è invece il maggior esportatore di latte scremato, che esporta ad un prezzo quasi dimezzato rispetto ai costi di produzione. ¨ L'UE è anche il maggior esportatore di zucchero, in questo caso il prezzo d'esportazione copre solo un quarto del costo di produzione. Riassumendo, la riforma stabilita dall'AoA ha favorito gli esportatori limitando la possibilità di sostenere lo sviluppo della produzione interna, se non tramite pagamenti diretti da parte dei Governi, opzione difficilmente applicabile dai Paesi in via di sviluppo, affetti da deficit cronico. Conclusione Nel 1996 i governi riconobbero che la sicurezza alimentare "è un compito complesso la cui primaria responsabilità rimane ai singoli governi" e i delegati concordarono che il cibo non sarebbe stato usato come strumento di pressione politica o economica. Nel Plan of Action, l'impegno numero 4 (Commitment 4) parla specificatamente del commercio internazionale come elemento chiave per la sicurezza alimentare. Il punto 38 afferma che l'AoA offre opportunità ai Paesi sviluppati e a quelli in Via di sviluppo di trarre beneficio da appropriate politiche commerciali . Ebbene, a sei anni dall'entrata in vigore di questo accordo occorre riconoscere che per il raggiungimento degli obiettivi stabiliti al Vertice Mondiale sull'Alimentazione, l'AoA rappresenta un ostacolo. Così come lo sono il TRIPs ed altri Accordi regionali e bilaterali relativi al settore dei diritti di proprietà intellettuali. Costituiscono una minaccia anche i negoziati in corso per il rinnovo del GATS e numerosi accordi bilaterali sugli investimenti, nelle parti che tendono a trasformare l'acqua da diritto essenziale di ogni essere umano, a bene di consumo con un prezzo stabilito dal mercato. Pertanto riteniamo che un eventuale Piano di azione stabilito in occasione del vertice di giugno dovrà impegnare i Paesi firmatari a: ¨ negoziare in sede di WTO una nuova versione dell'AoA che sia funzionale all'obiettivo di sfamare tutti gli abitanti del pianeta ed a garantire ad ogni paese il diritto alla sicurezza alimentare. Questo impegno richiede che: ¨ i Paesi Sviluppati, USA ed UE in testa, avviino la conversione della loro agricoltura privilegiando la qualità rispetto alla quantità; ¨ ai PVS sia riconosciuto il diritto di poter utilizzare tutti gli strumenti per salvaguardare la loro sicurezza e sovranità alimentare anche se questi si dovessero rivelarsi distorsivi del commercio, utilizzando la famosa development box; ¨ siano proibiti i sussidi diretti all'esportazione; ¨ l'esportazione dei prodotti da mercati con forti sostegni interni sia attuata con meccanismi che stabiliscano prezzi d'esportazione comprensivi di questi sostegni; ¨ i dazi applicati dai Paesi Sviluppati sui prodotti esportati dai PVS, in particolare dai Paesi meno Sviluppati, siano ridotti al minimo o eliminati, e che ciò sia applicato anche ai semilavorati. ¨ Far sì che in sede di revisione del GATS ed in ogni sede di negoziazione di accordi internazionali sui servizi e sugli investimenti sia sancito il diritto di accesso all'acqua e siano stabilite regole per la sua applicazione. ¨ Far sì che nella regolamentazione dei diritti di proprietà intellettuale: ¨ piante, animali, microorganismi e tutti gli altri organismi viventi, e loro parti, non possano essere brevettati e che la stessa cosa valga per i processi naturali che producono piante animali e altre forme viventi; ¨ Che la creazione di un sistema di protezione "sui generis", stabilita nel TRIPs per la protezione delle varietà di piante, preveda la protezione delle innovazioni delle comunità indigene ed agricole dei paesi in via di sviluppo, coerentemente con la Convenzione sulla Biodiversita' (CBD) e gli intendimenti internazionali della FAO per la difesa delle pratiche agricole tradizionali (incluso il diritto di conservare e scambiare le sementi). Si tratta di riconoscere i limiti e l'eccessiva semplificazione della teoria del libero commercio, consapevoli di una situazione mondiale complessa in cui ci sono diversi diritti da difendere, ma in cui il commercio deve essere strumento mentre la sicurezza e la sovranità alimentare devono divenire il fine. In mancanza di un tale impegno, ogni riaffermazione del "diritto di ciascuno di avere accesso a cibo sano e nutriente" rimarrà una dichiarazione falsa e retorica. scarica il documento originale (.rtf) link a retelilliput |