Marzo 2003

Alimentazione animale:
un problema centrale della Politica Agricola Comunitaria

Introduzione
Nell’opinione pubblica, l’agricoltura dell’Unione Europea conserva l’immagine di un settore che produce troppo: troppo latte, troppo burro, troppi cereali, troppi suini, troppe uova, troppi polli, … A guardare bene, questa immagine è errata.
In effetti l’UE è non solo il più grande importatore di prodotti agricoli al mondo, ma è anche molto deficitaria in alimentazione animale. Perché, allora, siamo produttori di eccedenze in prodotti animali ed in cereali? Perché siamo così deficitarii in proteine vegetali quando il 70% del nostro territorio agricolo è occupato da colture per l’alimentazione del bestiame, ed in particolare da grandi estensioni di prati?Trattando di questi argomenti arriveremo non solo al cuore della PAC e dei modelli di produzione ma anche alle relazioni con gli USA e con i paesi del Sud dai quali noi importiamo massicciamente l’alimentazione animale.Perché importare concimi, macchine agricole, energia, alimentazione animale per poi produrre eccedenze di carne e di liquame? Perché abbiamo trasformato certe zone marittime dell’UE in fabbriche di produzioni animali, con tutti i danni collaterali legati all’allevamento industriale (ambiente, problemi sanitari, sicurezza alimentare, qualità, …)?
L’UE cerca oggi di rimediare a questo squilibrio, di riguadagnare la fiducia dei consumatori e di adattare l’agricoltura europea al territorio europeo? 

Cronaca di una rinuncia europea

Il peccato originale del 1962
Al momento della creazione della Politica Agricola Comune nel 1962, una preferenza comunitaria (tassa all’importazione corrispondente alla differenza tra prezzo europeo e prezzo internazionale) fu istituita per cereali, latte, zucchero. Ma, sotto la pressione degli industriali europei dell’alimentazione animale e degli USA, l’alimentazione animale fu esclusa da questa preferenza comunitaria e può quindi entrare nell’UE senza diritto di dogana.Gli agricoltori si orientano così verso produzioni sostenute dalla PAC (preferenza comunitaria, intervento, aiuti all’esportazione) ed acquistano l’alimentazione animale a basso costo, importata. Le industrie mangimistiche sviluppano le importazioni.Risultato: questo sistema ha generato subito montagne di eccedenze, non solo di produzioni animali, ma anche di cereali che, a causa del loro prezzo europeo garantito, sono rifiutati dalle industrie mangimistiche.
 
Il modello intensivo mais/soia nel pacchetto del Piano Marshall
La PAC del 1962 ha facilitato l’orientamento della produzione animale verso un modello di produzione intensiva, industrializzata, già sviluppata negli USA sulla base dell’abbinamento mais/soia. Queste due produzioni, molto adatte alle condizioni agro-climatiche del Middle-West, erano molto poco praticate in Europa. Sviluppando una produzione animale europea partendo da alimenti non coltivati in Europa, si programmò una enorme dipendenza dall’estero, in particolare dagli USA, principale fornitore. 

L’Unione Europea si sveglia, ma gli USA non cedono. 
Per 5 volte, tra il 1964 ed il 1987, la Commissione Europea, che si rende conto dell’errore del 1962, tenta d’introdurre una tassa sulle oleaginose. Ogni volta gli USA e l’industria europea delle oleaginose fanno abortire l’iniziativa. Occorre attendere l’embargo sulle esportazioni di soia decretato dagli USA per qualche mese nel1973 (in seguito ad un cattivo raccolto) perché i responsabili politici europei si accorgano dell’importanza del problema: l’allevamento intensivo europeo era divenuto totalmente dipendente dalle importazioni. Nel 1975, Viene messo in atto un piano di promozione della produzione di oleaginose: la produzione europea di oleaginose passa così da 0,26 nel 1966 a 5,3 milioni di tonnellate nel 1990. Ma gli USA denunciano questo provvedimento europeo al GATT, che lo condanna nel 1990.

1992: l’UE riforma la PAC, ma aumenta la propria dipendenza in proteine vegetali
Spinta dal trovare un accordo al ,GATT con gli USA, obbligata a modificare il proprio regolamento sulle oleaginose e desiderosa di privilegiare le proprie esportazioni di cereali, l’UE riforma la PAC abbandonando i tentativi di avvicinare il regime delle oleaginose a quello dei cereali. Al contrario, decide di avvicinare i cereali alle oleaginose smantellando progressivamente la preferenza comunitaria sui cereali con un forte abbassamento dei prezzi europei e degli aiuti diretti compensativi. Si tratta anche, per l’UE, di riconquistare il proprio mercato interno di cereali destinati all’alimentazione del bestiame grazie all’abbassamento dei prezzi.
Ma premiando solo cereali, oleaginose ed anche il mais insilato, senza accordare niente a prati ed altri foraggi verdi, l’UE accentua la promozione dell’allevamento intensivo a scapito dell’allevamento basato su pascolo e foraggi locali: aumenta così ancor più la domanda di proteine vegetali.

L’accordo USA/UE di Blair House (Novembre 1992): l’UE capitola sulle oleaginose
Finalmente il Commissario Europeo Mach Sharry va a negoziare a Washington (Blair House) un accordo UE/USA per il GATT. Una clausola di pace di 10 anni permette all’UE di mantenere i suoi aiuti compensativi per gli abbassamenti dei prezzi. Ma gli USA impongono al Commissario un accordo sulle oleaginose disastroso per l’UE: la superficie in oleaginose dell’UE è bloccata a 5 milioni di ha per l’UE a 15 e la produzione di oleaginose ad uso non alimentare bloccata ad 1 milione di tonnellate. 

Agenda 2000: malgrado gli scandali dell’alimentazione animale, l’UE non cambia nulla.
Dopo il 1992, la dipendenza in proteine vegetali aumenta, l’allevamento industriale si sviluppa e, malgrado i gravissimi scandali legati all’alimentazione animale, l’UE decide nel 1999 di prolungare la riforma PAC del 1992, addirittura diminuendo i premi per le oleaginose, abbassando ancora il prezzo dei cereali e mantenendo il premio al mais insilato!L’UE ha fatto la scelta della dipendenza dall’importazione per le proteine vegetali. 

Vacca pazza, diossina, antibiotici, OGM:
L’alimentazione animale fa vacillare la fiducia dei consumatori

Scandali prevedibili
Avendo la PAC spinto gli industriali dei mangimi ad approvvigionarsi con la minor spesa possibile, era prevedibile che si verificassero scandali come quello della vacca pazza (Inghilterra ed altri paesi), e della diossina (Belgio). Senza dimenticare il drogaggio con antibiotici ed attivatori di crescita aggiunti all’alimentazione di suini e volatili e le epidemie di afta epizootica o dipeste suina favoriti dall’allevamento intensivo e concentrato. Il costo per la società è enorme in termini di sanità pubblica, di costi, di catastrofe economica per gli allevatori. Se la lezione di queste crisi pare non sia ne’ancora stata presa in considerazione dall’UE, la fiducia dei consumatori è stata seriamente scossa: essi non identificano più l’industrializzazione della produzione alimentare con una maggior sicurezza dell’alimentazione. 

OGM : l’industria sceglie gli alimenti del bestiame
I primi OGM importati in Europa sono stati quelli delle colture per l’alimentazione animale (mais, colza, soia) provenienti dagli USA. Non è per caso, perché l’UE li importa massicciamente. L’industria sperava anche che questi prodotti, non consumati direttamente dagli uomini ed utilizzati anche molto largamente nell’industria agro-alimentare, sarebbero stati la buona occasione per mettere i consumatori europei di fronte al fatto compiuto di una generalizzazione degli OGM nell’alimentazione, prima che si sviluppi un dibattito. Ma lo scandalo dell’ESB ha deciso altrimenti e, sensibilizzati, gli europei dicono no agli OGM e UE.

I molteplici danni collaterali

L’UE trasforma in eccedenze l’alimentazione animale importata
Nel 2000, l’ “industria” Europa ha importato circa 50 milioni di tonnellate di alimenti per bestiame, di cui 29 milioni di soia, ed ha prodotto, rispetto al suo consumo, 201% di latte in polvere intero, 132% di latte in polvere scremato, 108% di suini, 111% di volatili, 105% di carne bovina, 115% di cereali (la percentuale per il liquame non è pubblicata …)! La dipendenza nei confronti delle importazioni di proteine vegetali è risalita al 70%. 
Il dumping delle eccedenze UE rovina i contadini del Sud e costa caro
L’esportazione di queste eccedenze è costata ai contribuenti europei 4,4 miliardi di euro nel 1999 per i citati prodotti. Essa rovina le capacità produttive di numerosi contadini del Sud che non possono produrre al prezzo con cui l’UE esporta le sue eccedenze. Di qui le difficoltà dell’UE all’OMC. 

Un territorio europeo squilibrato
In 40 anni l’allevamento europeo s’è fortemente delocalizzato presso la decina di grandi porti d’importazione d’alimentazione animale a detrimento d’immensi territori interni sovente più vocati per l’allevamento e ricchi di una tradizione di produzione animale regionale. Parlare di sviluppo rurale e di qualità non avrà senso che quando si bloccherà questo processo 

A disprezzo dei diritti sociali, dell’ambiente, della salute, della qualità
L’allevamento s’è fortemente industrializzato in unità “fuori suolo” in cui l’allevatore, molto spesso sotto contratto con l’industria, ha meno diritti di un salariato e più rischi. Le montagne di letame originate da questi allevamenti industriali (che, da un punto di vista agronomico, dovrebbero sulle terre di origine degli alimenti del bestiame: USA, Brasile, Argentina, Sahel, Tailandia, …) inquinano gravemente le regioni interessate, a danno della qualità dell’acqua, della salute umana, del turismo. Queste regioni sono periodicamente vittime di gravi epidemie animali legate alla troppo forte concentrazione degli animali. Quanto alla qualità dei prodotti provenienti da questi allevamenti, diciamo semplicemente che raramente gli stessi produttori li consumano ...

Prospettive

La prossima PAC : l’UE non muta orientamento
La proposta di riforma PAC del gennaio 2003 e la posizione dell’UE nei negoziati OMC mostrano che l’UE non è pronta ad orientare differentemente la sua politica legata all’alimentazione animale. Malgrado i numerosi riferimenti della Commissione Europea all’ambiente, allo sviluppo rurale, al benessere animale, non è stata proposta nessuna misura per frenare lo sviluppo dell’allevamento industriale né l’importazione massiccia di alimentazione animale. Costa meno importare le proteine vegetali che produrle, ci viene detto.La priorità viene data alla produzione agricola a prezzi bassissimi, un prezzo internazionale ridotto grazie agli aiuti diretti negli USA e nell’UE, ed alla proseguimento delle esportazioni a basso prezzo verso i paesi terzi (basso prezzo interno + aiuti diretti che rimpiazzano gli aiuti all’esportazione): il dumping semplicemente cambia strumento. 

Verso la delocalizzazione della produzione animale fuori dell’UE?
L’ultima fase logica della politica attuale è la sostituzione delle importazioni di alimenti per bestiame con l’importazione degli stessi prodotti animali. E’ quello che si è visto accadere nel 2002 nel settore dei volatili: aziende come Doux (Francia) hanno capito che avrebbero ottenuto maggiori guadagni producendo, ad esempio, in Brasile dove la manodopera è meno cara ed i vincoli ambientali più leggeri . L’OMC è chiamata alla riscossa: lo smantellamento delle protezioni alle importazioni e l’obbligo di importare una percentuale crescente del consumo interno beneficeranno le aziende del Nord che delocalizzano al Sud la loro produzione di carne, più che i contadini del Sud, sovente incapaci di produrre a prezzo internazionale così basso. Queste aziende hanno bisogno che non esista più la preferenza comunitaria, al fine di “rimpatriare” i loro prodotti sul mercato europeo. L’agricoltura industrializzata segue la logica dell’industria tessile. Se l’UE persiste su questa via, avrà spostato il suo allevamento fuori suolo, inquinante, al Sud producendo all’estero le sue carni industrializzate per la grande distribuzione e la sua industria di trasformazione.

Proposte: Per un allevamento europeo legato al suo territorio

Se l’UE vuole approfittare delle lezioni di 40 anni di errori nella sua politica dell’alimentazione animale, avere una larga autonomia per la sua produzione animale, riequilibrare geograficamente il suo allevamento, praticare un allevamento sostenibile, ristabilire la fiducia dei consumatori e cessare le sue pratiche distruttrici all’esportazione, deve:

  • cessare di far credere che l’UE abbia la vocazione all’esportazione massiccia di prodotti animali di base e di cereali,

  • abbandonare l’allevamento industriale e legare l’allevamento al suolo locale, sostenendo in questo processo le piccole aziende che sono state costrette ad intensificare la loro produzione,

  • cambiare la PAC per favorire le superfici a prato, la pratica del pascolo, l’abbinamento graminacee-leguminose piuttosto che mais-soia ed incoraggiare la produzione di oleo-proteaginose,

  • regolare i mercati europei dei prodotti animali governandone la produzione,

  • ripartire meglio la produzione animale tra le regioni adatte all’allevamentoe sostenere le razze autoctone,

  • proibire ogni dumping nelle regole del commercio internazionale, ivi compreso la sua nuova forma USA/UE (prezzi interni bassi + aiuti diretti) e rimettere in discussione l’accordo di Blair-House,

  • instaurare un etichettaggio obbligatorio e completo nel commercio di alimentazione animale, con una lista positiva di ingredienti autorizzati,

  • proibire ogni coltura ed importazione di OGM.


La CPE raggruppa : Front Uni des Jeunes Agriculteurs ,Vlaams Agrarisch Centrum (Belgique) - Arbeitsgemeinschaft bäuerliche Landwirtschaft (Allemagne)- Confédération Paysanne (France)- Sindicato Labrego Galego, Euskal Herriko Nekazarien Elkartasuna, Union de Agricultores y Ganaderos de Rioja (Espagne)- Fraie Letzebuerger Baureverband (Luxembourg) - Kritisch Landbouwberaad (Pays-Bas) - Norske Bonde- og Smabrukarlag (Norvège)- Österreichische Bergbauernvereinigung (Autriche)- Confederação Nacional da Agricultura (Portugal)- Uniterre (Suisse) - Family Farmers' Association (Royaume-Uni) - Mouvement International de Jeunesse Agricole et rurale catholique (Europe).
Organizzazioni candidate: Confédération Nationale des Syndicats d’Exploitants Familiaux (F)-Fédération Internat.des Mouvements d'Adultes Ruraux Catholiques - Nordbruk (S)-Associazione Rurale Italiana, Foro Contadino (I)- Plataforma Rural (E)- Vereinigung zum Schutz der kleinen und mittleren Bauern (CH)

Con il sostegno della Commissione Europea – DG AGRI