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La fame può coesistere con i granai pieni, un dato di fatto, questo, sconcertante, che induce a riflettere e ad attivarsi per cercare di colmare il baratro esistente fra le popolazioni che muoiono di fame e quelle che vivono nell’eccedenza alimentare.
Quanto è profondo questo baratro? E perché il progresso anziché avvicinare i mondo ha accentuato la distanza fra poveri e ricchi?
Quanto è lontano da noi il mondo di quelli che muoiono per fame?
Ogni giorno veniamo bombardati da notizie sulle persone che soffrono, si uccidono, che muoiono di fame, circa 825 milioni, secondo gli ultimi dati diffusi dalla FAO, un bambino ogni otto secondi, e la condizione di queste persone, equivalenti alla popolazione complessiva di 14 paesi della dimensione dell’Italia, non è transitoria.
Questi tragici dati, quelle immagini che irrompono nel nostro quotidiano fanno disperatamente da eco al nostro mondo fatto di consumismo, di surplus alimentare, a volte purtroppo di indifferenza.
Viene da chiedersi perché succede tutto questo in un mondo in cui essendo la torta più grande rispetto al passato le sue porzioni non sono tali da garantire che chi ha più bisogno di cibo lo ottenga. Dipende sicuramente dal complesso funzionamento della società e dell’economia, e non si può essere certi che, pur producendo tutti di più, stiano tutti un po' meglio. Il pianeta nel suo insieme, ed i singoli paesi avranno più alimenti, ma non necessariamente le persone che ne avevano troppo pochi.
La fame purtroppo continua ad essere la condizione quotidiana in cui versano centinaia di milioni di persone nel nostro pianeta e questo nonostante gli innegabili progressi registrati ultimamente da alcuni paesi del mondo
sottosviluppato nel campo dell’alimentazione e nonostante i massicci aiuti
alimentari della comunità internazionale in favore delle aree più depresse.
Oggi si calcola che muoiano nel mondo circa 40 milioni di persone per cause
legate alla fame o alla sottoalimentazione e malnutrizione.
Eppure, il diritto alla alimentazione è uno dei principi proclamati nel 1948
dalla “Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo”. La coscienza
pubblica si è espressa senza equivoci. Nonostante questo milioni di individui
sono ancora segnati dai danni provocati dalla fame e dalla denutrizione o dalle
conseguenze dell’insicurezza alimentare. Lo abbiamo detto la causa non è da
ricercarsi nella mancanza di cibo. Le risorse della terra, considerate
globalmente, sono in grado di nutrire tutti i suoi abitanti, il cibo disponibile
pro capite a livello mondiale è addirittura aumentato del 18% circa nel corso
degli ultimi anni. L’umanità si trova oggi di fronte ad una sfida
indubbiamente di ordine economico e tecnico ma ancor più di ordine etico e
politico. È una questione di solidarietà vissuta e di sviluppo autentico, al
pari di una questione di progresso materiale.
Cosa può fare L’Unione Europea per contribuire a far fronte a questa
drammatica situazione? All’interno dell’Unione assistiamo a fenomeni
aberranti in nome delle leggi di mercato. Tonnellate e tonnellate di eccedenze
alimentari che vengono stoccate e lasciate marcire quando non vengono distrutte
immediatamente. L’ultimo grave episodio è quello relativo alle centinaia di
migliaia di tonnellate di riso invenduto che rischia di deperire perché nulla
è stato deciso. La Unione Europea, in nome del protezionismo, acquista a prezzo
di mercato il riso che i produttori non sono riusciti a vendere e lo deposita in
magazzini senza saperne che fare. Quali sono le ragioni alla base di queste
scelte e quali gli strumenti per destinare tali risorse alimentari verso i Paesi
che ne hanno bisogno? per strappare alla morte, nutrendoli, quelli che
quotidianamente vivono nella lotta contro la fame.
Nutrire coloro che muoiono di fame è un imperativo caregorico, non farlo
equivale ad ucciderli. Può sembrare un monito duro, quasi insopportabile, ma
queste parole indicano una priorità e vogliono arrivare alle nostre coscienze
di cittadini europei e ancor di più alle coscienze di coloro che ci governano,
che sono poi quelli che posso agire concretamente.
In assenza di una legislazione comunitaria specifica, nel panorama di norme che
non vietano, ma nemmeno dispongono che le eccedenze alimentari, altrimenti
soppresse, siano destinate ai Paesi del terzo mondo, è un’illusione
attendersi soluzioni preconfezionate. Ci troviamo in presenza di un fenomeno
legato alle scelte economiche dei dirigenti, dei responsabili, di un problema la
cui soluzione sta nella volontà politica. Tuttavia questo appello impegna
ognuno di noi.
In quello che sembra, purtroppo, il regno dell’indifferenza o della non volontà
ad impegnarsi in questo senso appare encomiabile l’impegno del Ministro delle
Politiche Agricole e Forestali Alfonso Pecoraro Scanio che si fa eco di questo
appello provocatorio e che a più riprese e con insistenza ha sollecitato le
autorità governative italiane e la Commissione Europea al fine di destinare il
riso stoccato alle popolazioni che muoiono di fame. Purtroppo è un appello
senza risposta, che cade nel vuoto della insensibilità, che si perde nel
labirinto di interesse economici superiori, di una politica chiusa nei propri
confini e che sembra prescindere da rapporti umani solidali.
Resta la speranza di una volontà politica comunitaria, sostenuta dalle autorità
governative nazionali, e improntata al perseguimento di obiettivi che
trascendano i meri interessi della Unione e che sappia, in nome della solidarietà,
tradursi in disposizioni legislative per destinare le proprie eccedenze a chi ne
ha bisogno, per evitare di continuare ad essere indifferenti spettatori di una
tragica realtà, sordi alle richieste di aiuto di chi muore di fame, nonostante
i nostri granai siano pieni.
I dati sulla fame nel mondo
1. Circa 24.000 persone muoiono ogni giorno per fame o cause ad essa correlate. I dati sono migliorati rispetto alle 35.000 persone di dieci anni fa o le 41.000 di venti anni fa. Tre quarti dei decessi interessano bambini al di sotto dei cinque anni d’età.
2. Oggi, il 10% dei bambini che vivono in paesi in via di sviluppo muoiono prima di aver compiuto cinque anni. Anche in questo caso, il dato è migliorato rispetto al 28% di cinquanta anni fa.
3. Carestia e guerre causano solo il 10% dei decessi per fame, benché queste siano le cause di cui si sente più spesso parlare. La maggior parte dei decessi per fame sono causati da malnutrizione cronica. I nuclei familiari semplicemente non riescono ad ottenere cibo sufficiente. Questo a sua volta è dovuto all'estrema povertà.
4. Oltre alla morte, la malnutrizione cronica causa indebolimento della vista, uno stato permanente di affaticamento che causa una bassa capacità di concentrarsi e lavorare, una crescita stentata ed un’estrema suscettibilità alle malattie. Le persone estremamente malnutrite non riescono a mantenere neanche le funzioni vitali basilari.
5. Si calcola che circa 800 milioni di persone nel mondo soffrano per fame e malnutrizione, circa 100 volte il numero di persone che effettivamente ne muoiono ogni anno.
6. Spesso, le popolazioni più povere necessitano di minime risorse per riuscire a coltivare sufficienti prodotti commestibili e diventare autosufficienti. Queste risorse possono essere: semi di buona qualità, attrezzi agricoli appropriati e l’accesso all'acqua. Minimi miglioramenti delle tecniche agricole e dei sistemi di conservazione dei cibi apportano ulteriore aiuto.
7. Numerosi esperti in questo campo, sono convinti che il modo migliore per alleviare la fame nel mondo sia l’istruzione. Le persone istruite riescono più facilmente ad uscire dal ciclo di povertà che causa la fame.
Fonti (divise in paragrafi):
1) Il Progetto contro la Fame nel Mondo, Nazioni Unite;
2) CARE;
3) Istituto per la promozione dello sviluppo e dell’alimentazione;
4) Programma mondiale per il cibo delle Nazioni Unite (WFP);
5) Organizzazione delle Nazione Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO);
6) Oxfam;
7) Fondo per l’infanzia delle Nazioni Unite (UNICEF)
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